lunedì 4 dicembre 2017

“Bisogna insomma che l’artista (…) lanci la propria opera, se vuole che possa percorrere la propria strada, là dove vi sia sufficiente profondità, in pieno e lontano futuro. E tuttavia, se il non tener conto di quel futuro, che è l’autentica prospettiva dei capolavori, rappresenta l’errore dei cattivi giudici, il tenerne conto costituisce a volte il pericoloso scrupolo dei buoni. Certo, è facile immaginare, per un’illusione analoga a quella che all'orizzonte rende tutte le cose uniformi, che ogni rivoluzione avvenuta sinora nella pittura o nella musica abbia comunque rispettato certe regole mentre quello che ci sta immediatamente davanti, impressionismo, ricerca della dissonanza, impiego esclusivo della gamma cinese, cubismo, futurismo, differirebbe in modo oltraggioso da ciò che è venuto prima. Il fatto è che ciò che è venuto prima lo si considera senza tener presente che una lunga assimilazione l’ha trasformato per noi in una materia indubbiamente varia, ma in fin dei conti omogenea (…). Basti pensare agli sconvolgenti contrasti che presenterebbe ai nostri occhi, se non tenessimo conto del futuro e dei mutamenti che esso comporta, un oroscopo della nostra stessa maturità annunciatoci durante la nostra adolescenza. Solo che non tutti gli oroscopi sono veri, ed essere costretti, per un’opera d’arte, a includere nella somma della sua bellezza il fattore del tempo mescola al nostro giudizio qualcosa d’altrettanto aleatorio, e per ciò stesso destituito d’ogni autentico interesse, quanto qualsiasi profezia, il cui mancato avveramento non implicherà in alcun modo la mediocrità intellettuale del profeta, giacché quel che chiama all'esistenza i possibili o da essa li esclude non è necessariamente competenza del genio”.

Parole di Proust che inducono ad interrogarci non solo sul rapporto tra arte e pubblico, tra l’arte e il suo tempo, ma anche, più generalmente, su cosa sia arte. Non si ha qui la presunzione di scrivere un trattato; sono solo alcune considerazioni sull’arte contemporanea nate dall’esperienza offerta dalla Biennale di quest’anno, che, però, pur nella loro parzialità, possono aiutare, come ogni particolare, a chiarire l’insieme, che qui si presenta come particolarmente complesso.

Comune a molte opere in mostra è la necessità d’una loro spiegazione


Le opere esposte alla Biennale non sono immediatamente comprensibili. La loro ragione d'essere è quella di indicare, esprimere o rappresentare una situazione, un’idea, un concetto; di qui, dunque, il nome di “arte concettuale”, applicabile a larga parte di questa esposizione e della produzione artistica degli ultimi decenni. Leggendo, nella “Storia dell’arte universale” curata da Sgarbi ed edita nell‘88 da Mondadori, il paragrafo dedicato a tale corrente, possiamo vedere come per essa “ciò che davvero importa nell’opera non è tanto la sua fisicità oggettuale, la sua fattura concreta o il dato materiale della sua presenza, quanto piuttosto l’idea (…) che risiede dietro l’opera, che la precede e la informa”; ma è questa la natura dell’arte? Può darsi vera arte- sia essa letteraria, figurativa, musicale, plastica o d’altro tipo- come semplice rimando, esempio, manifestazione d’un concetto, rispetto al quale la singola opera, “l’individuo, l’essere o l’oggetto concreto, tutto ciò ch’è singolo rappresenta sempre (…) una decurtazione avvilente (…), una esemplificazione parziale”?

Prendiamo ad esempio un’opera tradizionale, poniamo la “Pala Baglioni” di Raffaello: essa non rappresenta- col sordo peso di Maria crollata e inerte come il suo Figlio, teneramente accarezzato dalla trepidazione materna e disperata della Maddalena- che se stessa, o meglio mostra quanto v’è in essa di concettuale e di astratto nella propria intima vita, senza alcuna gerarchia tra materia -intesa come oggetto, verbale, visivo o sonoro che sia, da plasmare-, e forma- volontà, disegno ordinatore e creatore. E’ solo nella materia, infatti, che la forma può manifestarsi non come mero concetto o idea, ma come spirito vivente, non potendo, nell’arte, l’una manifestarsi senza l’altra, a meno che non si voglia rendere l’opera non già artistica, ma artigianale o, per contro, speculativa. Solo l’equilibrio tra le due, infatti, può creare un organismo, un sinolo inscindibile di individuale e universale, dove questo riluce, animandolo, in quello, che non ne è affatto “decurtazione avvilente”, ma al contrario unico, luminoso e splendido corpo; incarnazione, questa, che non è semplice rimando, indicazione, richiamo, rappresentazione d’un ideale a lei superiore, quanto invece sua realizzazione ed attuazione in veste, appunto, particolare.

Posizioni per cui “l’idea (…) ha comunque la forza di trascendere la portata del fenomeno presso cui si manifesta, rendendolo solo un “caso” tra le infinite occorrenze possibili” rischiano spesso di cadere nell’intellettualismo e nel freddo cerebralismo. Se, per esempio, passando un dito di verde su un tramonto di Tiziano, ferirei certo gravemente l’opera nel suo delicatissimo e unitario equilibrio; non  sarebbe la stessa cosa se facessi altrettanto con un’installazione come quella, in mostra alla Biennale, consistente in una parete ricoperta di cassette audio o video: il concetto dell'opera e, quindi, la sua sostanza, non ne verrebbe in alcun modo intaccato, rimanendo chiaro nella sua intelligibilità. Questo tanto più se si pensa al fatto che molte di queste opere, terminata la mostra, vengono smontate e riutilizzate per altri fini.

L’arte, così, ha finito, con questa tendenza- di cui il prof. Sproccati, autore dell’articolo cui ci stiamo riferendo, non esita a sottolineare gli aspetti “platonici” – col farsi sempre più messaggio e sempre meno individuo, sempre più analisi e sempre meno voce della vita, il cui “puro palpito”, per Croce, la poesia dovrebbe cogliere “nella sua idealità”. 

Luogo: Venezia – Giardini Marinaressa
Titolo mostra: PERSONAL STRUCTURES. Open Borders
Artista: Carole A. Feuerman
Dal 13 maggio al 26 novembre 2017
Già Aristotele, definendo l’arte come imitazione, mimesi della natura, le nega la prerogativa dell’indagine propriamente speculativa, col porla invece quale riproduzione, riadattamento del possibile - e, in quanto tale, universale - in una dimensione particolare; così, l’atteggiamento dell’artista verso il mondo non sarà tanto critico, nel senso etimologico del termine, quanto contemplativo, non negandosi con ciò anche la liceità di prese di posizione dell’autore verso la realtà, che nel suo lavoro però si mostrerà tutt’intera, e non per essere giudicata nella sua verità o falsità, nella sua bontà o malvagità o in altre determinazioni, ma per essere semplicemente osservata e mirata nel suo apparire e dispiegarsi; lavoro che se può essere volto anche a edificare, a denunciare e così via, non può però trovare il proprio pregio e valore artistico propriamente in tale scopo, ma forse, rispetto ad esso, solo nella sua persecuzione, laddove la materia non sia ottusamente e servilmente subordinata a questa, essendo comunque tali finalità di diversa natura, non estetica. La commozione e la vicinanza ai soldati, ad esempio, con cui certe pagine di memorialistica ci fanno vivamente comprendere l’orrore della guerra non si devono alla semplice denuncia di questa, ma alla creazione d’una situazione in cui tale sentimento si palesi tramite e nei personaggi, venendo dunque colto nella sua semplice presenza- con tutta la forza che però ciò implica- senza ulteriori qualificazioni, estranee all’arte in senso proprio.

Altra sua qualità unica, poi, come sottolinea Claudio Magris, è la sua capacità di superare, di oltrepassare la contraddizione, non ignorandola, ma ricomponendola in una nuova e più umana condizione; solo nell’arte, infatti, è possibile dire “odi et amo” senza che le proprie parole perdano di significato, talvolta anzi intensificandolo, risuonando più vive.

Allora, capiamo quanto povere e vuote siano spesso certe elaborazioni concettuali, certi artifici cerebrali rispetto alla semplice bellezza del canto omerico, “scuola dell’Ellade” e non solo comprensibile, ma quasi comprensivo d’ognuno, della sua stessa vita, il cui codice è stato in parte proprio da esso cantato e plasmato; vediamo come stentate e magre le pretese d’originalità, di novità davanti alla stupenda e pienamente politica partecipazione del corpo cittadino agli agoni drammatici in Grecia, vissuti come importanti momenti di crescita individuale e collettiva; e ci accorgiamo di come la bellezza non sia affatto appannaggio di pochi, dono divino di rari eletti, ma voce e gesto sinceramente umani, di cui ognuno- come notano Borges e lo stesso Croce- è capace.

Ora, non si vuole dire che tutte le opere esposte alla Biennale siano infelicemente lontane e distanti, nella loro sofisticata concettuosità, né dunque che tali siano tutte quelle riconducibili a questa corrente, ma che essa, nei suoi principi e dunque in molti suoi risultati, non esprima appieno la natura- quindi la meraviglia- dell’arte. Nonostante questo, però, alcuni lavori hanno mostrato- almeno così mi è parso- notevole forza di sentimento, e non è un caso che questi fossero talvolta i più semplici, come ad esempio l’installazione dei kazaki coniugi Vorobyev, “The artist is asleep”.
Vorobyev, “The artist is asleep”
Questa, con la modestia della sua brandina, la tenera dolcezza della sua sottile coperta, la luce tenacemente esile della magra lampadina, l’infantile fantasia del ricamo sospeso sul letto, tutte intente a custodire, col loro fiato caldo, il placido sonno del bambino- lì bambola- in un raccolto tepore quasi da Natività, questa non esprimeva- immediatamente, sensibilmente e non simbolicamente come molte altre- soltanto il puro raccoglimento e la sincerità di sguardo, stupito come quello appunto d’un bimbo, da cui nasce l’opera d’arte, ma dava voce quasi ad un’epoca- là quella sovietica, densa a volte di calore umano nonostante, e forse grazie, alla sua fredda e sorda durezza esterna- e quasi forse ad uno spirito- la larga, vasta e grande, come la sua terra, anima russa.

Così, tornando all’iniziale citazione proustiana, vien da chiedersi in base a quali criteri possiamo affermare con decisione la bellezza, la natura artistica d’un opera, pur vivendo in un presente figlio di tanti altri, e dunque come questi favorevole a certe qualità piuttosto che ad altre; cosa permette di sostenere con sicurezza, universalmente e non relativamente ai tempi, che un certo lavoro sia arte? Forse, buon punto di partenza potrebbe essere quello di cercare anzitutto la sincerità, l’umanità dell’opera dietro tutto il lavoro, la cura, la rifinitura che giustamente viene a darle forma, umanità rivolta con sguardo meravigliato e virilmente umile al misterioso rilucere della vita- non inficiato da preconcetti ideologici o egoistici sentimentalismi-, prezioso fluire che, come il sole la gioia d’un bambino, l’arte dovrebbe riflettere.




                                       

mercoledì 17 maggio 2017

Scritture creative dal Laboratorio 17


Ha vinto l'ironia tagliente del racconto APERTIS VERBIS di Elisa Valentini. 
Complimenti a lei e a M.Agostini, E.Blasetti, S.Cabras, L.Cortese, G. Fringuelli, L.Lombardi, L. Montenovo, M.Orlando, B. Rubegni, A.Schettini, C.Serafino, T. Talarico, M.Turchetti.
Quest'anno, a ispirare la creatività dei giovani scrittori del Laboratorio di Scrittura Creativa del Rinaldini è stata: la Scuola, luogo concreto o immaginario di storie fantasy, thriller, drammatiche, sentimentali, fantascientifiche, sovrannaturali.


APERTIS VERBIS - PIÙ O MENO di E. Valentini

Era l’ultima volta che si riduceva all’ultimo minuto. Proprio come la volta precedente sarebbe dovuta essere l’ultima. E quella prima. E quella ancora prima. Edith non era mai stata brava a mantenere i propri propositi.  Per quello si era ritrovata in piedi ad un orario indecente della mattina, così presto che in pratica si poteva considerare tarda notte, infreddolita e di malumore e piegata su due vocabolari diversi perché la professoressa aveva deciso che tradurre una versione di quindici righe dal greco al latino era un’ottima idea. A quanto pareva la professoressa li odiava.

ACCIDENTAL JUMP di M. Orlando

Anno 2118, Stazione Lunare Scolastica EAGLE II
La cosa più bella del vivere nello spazio per nove mesi l’anno? La vista mozzafiato senza dubbio. Essere in continua orbita intorno alla Luna offriva ogni giorno un panorama diverso. A volte la Terra – un grosso titano dalle impensabili sfumature verdi e azzurre-, a volte degli asteroidi, ma sempre le stelle.

AURORA di M. Turchetti

Impennando, salutò la scuola con un “addio” futile e poco veritiero. La moto rombava, le ruote cigolavano sotto l’asfalto nero e lucido di quella giornata d’aprile. Dagli specchietti non era visibile nient’altro se non l’immagine scura del suo chiodo.

BOLLE DI SAPONE  di L. Montenovo

Silenzio. Sembra tutto così semplice. O forse no. Quando rimani sola con i tuoi pensieri c’è sempre il rischio che loro ti assordino. Eppure da quel giorno il silenzio mi terrorizza. Ho sempre paura di sentire la sua voce, eppure vivo col terrore di dimenticarmi il suo viso.

IL VIAGGIO DI CHIARA di L. Cortese

C’era una volta una fanciulla  di 17, Chiara, che viveva in una piccola città nel centro del’Italia.
Chiara non era bella, ma c’erano delle caratteristiche in lei che colpivano chiunque riuscisse a leggere l’anima delle persone. I suoi occhi color nocciola lasciavano intravedere ferite che mai nessuno era riuscito a curare. I pochi che le avevano decifrato quelle more di pupille e quel sangue delle sue lacrime, si erano limitate a guardarla con pietismo.

INTO THE MIND  di  C. Serafino

16 settembre 1980 
“Eccomi di nuovo qui. Stesso posto, nuovo inizio. Che poi la storia del nuovo inizio è solo una scemenza che ci raccontano sempre. Sono anni che vengo qui e le pareti sono sempre bianche e asettiche. Uno entra qui con la speranza di poter davvero cambiare e diventare qualcuno e invece mano a mano scolorisce.

LA SCUOLA DEI NAIF di G. Fringuelli

Dall’alto del suo comodo posticino in cielo il sole regnava sovrano, picchiando senza pietà sul legno della piattaforma, sull’acqua dalle stupende macchie di petrolio e sulla mia faccia. Gli unici rumori udibili erano il poetico starnazzare lontano di gabbiani asfissiati e il tramestio da sciacquatura di piatti del mare pigro contro i pali del molo.

LE DONNE-DRAGO di  E. Blasetti

Un suono squillante mi sveglia, ed io cerco in tutti in modi di ignorarlo, ma questo continua imperterrito sempre più forte…quanto vorrei spegnerlo ma purtroppo mia madre è priva di interruttori. Frustrata quindi sbuffo e mi dirigo strisciando verso le scale. Comincio a fare colazione mentre mia madre corre di qua e di la tra le stanze, blaterando cose che di prima mattina non riesco proprio a recepir,così appena fatta colazione la saluto e mi vado a preparare per la scuola.

LIVELY di M. Agostini

A South era sempre stato insegnato che passare tre volte davanti alla casa di Bert Callison portava sfortuna. Era un’antica credenza a cui lei e sua sorella Kennedy avevano sempre creduto, sin da bambine. Non era l’aspetto della casa – buio, losco e tetro - a spaventarle, quanto la strana ombra che nei freddi pomeriggi invernali questa rifletteva minacciosamente sulla strada. Ecco perché, all’uscita da scuola, si sbrigavano sempre per evitare di assistere a quell’orrendo intreccio di luci ed ombre, che incuoteva paura ed un po’ di nostalgia per quella che, una volta, ancor prima della loro nascita, era stata una bellissima dimora estiva degli aristocratici di Columbus.
Kennedy aveva compiuto 18 anni qualche mese prima. Era così giovane, così vivace, 

PASSAGE OF TIME di A.Schettini

A dodici anni era seduta sull'imponente gradinata d'ingresso del castello. Il ragazzo dai capelli biondi l'aveva insultata davanti a tutta la loro Casata, ed era scappata dai sotterranei nella speranza che le lacrime che le rigavano il volto si confondessero con la fredda e insistente pioggia autunnale, e che i suoi singhiozzi fossero portati via dal vento freddo che scuoteva le fronde degli alberi della foresta. Il cielo era un denso mantello grigio: quando si rese conto che era lo stesso colore dei suoi occhi desiderò poterlo squarciare.
La pioggia picchiò imperterrita sulle campagne per sette giorni.

RISING SUN (ULTIMA ORA) di  B. Rubegni

"Aspetta... come faceva? Qualcosa con boy e New Orleans..."
Prima che succedesse tutto quel casino con quei due frocetti, la principale occupazione di Simone, a scuola, era aspettare la campanella finale. Quello squillo di tre secondi, che squartava la noia di una manciata di ore e la faceva dissolvere nell'aria consumata dell'aula, era l'unica ragione di vita di Simone. Non ne aveva praticamente maturata altra, in diciassette anni di vita, o almeno così riteneva.

SOAVE DELIZIA  di L. Lombardi

Le dita dei piedi premevano insistentemente sul gesso delle scarpette. Su e giù. Su e giù. Continuamente. Le stoffa sfregava violentemente sul collo del piede, bianco e magro. I capelli, raccolti sulla nuca, tiravano forte sul cuoio capelluto, ma non sembrava accorgersene. Le sue braccia continuavano a tagliare l'aria e lo facevano con estrema dolcezza. La musica riempiva le sue orecchie e lei si beava di quelle sensazioni così contrastanti.

UNA SORPRESA INASPETTATA di T. Talarico

Clarissa si era appena seduta sul bordo del letto ,quando la sveglia suonò ,lei ormai si era alzata già da un po di tempo ,pensando a cosa il giorno le avrebbe riservato. Quello sarebbe stato un giorno molto importante ,infatti sarebbe andata in una nuova scuola , ancora si ricordava di quando aveva dovuto salutare le sue amiche