martedì 31 gennaio 2017

Velo o non velo? L'abbiamo chiesto a voi (Sondaggio n.1)


La settimana scorsa siamo venuti ad intervistare alcuni di voi sulla questione del velo musulmano, un argomento che si tratta nelle classi quinte delle Scienze Umane e che, essendo una tematica molto di stretta attualità, ci ha colpito particolarmente. (vedi l'articolo Sotto il velo)

Abbiamo preso un campione di quattro persone per ogni classe, dalla prima alla quinta di ogni plesso scolastico, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: "Sei d'accordo con il fatto che le donne musulmane, seppur vivendo in Italia, portino il velo? Oppure no, e pensi ci dovrebbe essere l'obbligo di non indossarlo, così come in Francia? Perché?"
Vista la delicatezza dell'argomento abbiamo preferito la formula dell'intervista diretta anziché quella della risposta scritta. Naturalmente non abbiamo preso nessun nominativo, tuttavia ci ha colpito il fatto che nessuno dei ragazzi intervistati si è preoccupato o ha chiesto di voler rimanere anonimo.
Qualsiasi sia la propria opinione a riguardo, è importante interrogarsi su una cultura diversa dalla nostra, ma con la quale siamo in diretto contatto ogni giorno.
Potete esaminare le vostre riposte nel dettaglio delle slide in calce all'articolo. Possiamo però anticipare che la maggior parte delle risposte sono state positive e all'insegna della tolleranza ben al di là delle attese.  Sebbene ci sia la possibilità che alcune di queste siano state, direttamente o meno, influenzate dalla formula dell'intervista faccia a faccia.





Powered by emaze

mercoledì 25 gennaio 2017

Giornata della Memoria -1

L'importante è ricordare queste persone sempre e non passarci sopra come se non fosse successo niente. Quello che mi ha colpito di più è stato che la storia si ripete. Che le stragi non finiscono. «è sempre più necessario studiare la lezione dell’Olocausto. È in gioco molto di più che il tributo alla memoria di milioni di vittime». Ammonisce Z. Baumann. L’abisso si è aperto di nuovo di fronte all’intera umanità. E quali sono, oggi i segni premonitori che gli Stati democratici e opulenti non sanno o non vogliono leggere?
Per questo ora che il 27 gennaio è passato e il prossimo sembra troppo  lontano, abbiamo pensato di raccontare qualche altra storia di deportazioni e sofferenze, che non hanno nemmeno il triste privilegio di una giornata della memoria .
«Modernità e Olocausto»  diZygmunt Bauman (1925-2017)

"Fu la cecità della burocrazia moderna a rendere possibile lo sterminio. Un veleno mai debellato che circola ancora nelle vene della nostra società"

XX Secolo: un secolo di violenza
Niente è sicuro, neanche la pace a quanto pare; perciò sta a noi non permettere che gli stessi terrificanti orrori del passato continuino. Tutto è collegato ma se non bastasse questo a spronare gli animi, perlomeno pensate a quanto sarebbe squallido se tra 60 anni, alla domanda dei giovani: ''E tu cosa hai fatto in tutto quello?'' rispondessimo: ''Niente, tanto non riguardava me''.

"Conoscete voi la notte ucraina? Oh, voi non conoscete la notte ucraina!Contemplatela: la luna guarda nel mezzo del cielo; l'immensa volta celeste si è spalancata, si è fatta ancora più immensa: arde e respira. La terra è tutta una luce d'argento; e l'aria è un miracolo, ed è fresca, e ti soffoca, e trabocca languore, e dondola un oceano di profumi. Notte divina! Incantevole notte!" continua a leggere....

Dei massacri compiuti dalle truppe fasciste nei territori da esse occupati, durante la Seconda Guerra Mondiale, poco si sa e mai se ne parla; certo è per la spinosità e per la durezza del tema, che va a ferire la dignità e l'integrità di un frammento della storia del nostro popolo,  che gli Italiani, oggi come ieri, hanno cercato e cercano di evitarne, di scansarne una scientifica e rigorosa trattazione, scevra da preconcetti politici e posizioni parziali, ostacoli nei quali chiunque vorrà informarsi in maniera seria e veritiera sull'argomento dovrà di certo incappare, nel corso delle sue ricerche. continua a leggere...

giovedì 19 gennaio 2017

Sotto il velo

C'era anche nei matrimoni greci. Lì il compito di "togliere le nubi", di svelare la sposa, era del marito. Al contrario per i Romani prendere in moglie una ragazza si diceva "mettere le nubi", nubere; il velo da sposa era di un rosso vivace che ricordava il colore del fuoco: in latino veniva chiamato flammeum.
Il velo nero, invece, era anche virile. Con un velo nero si presentò Priamo ad Achille e con il capo velato si faceva ritrarre in qualità di Pontefice Massimo l'imperatore Augusto.
Il velo anche oggi è un oggetto che reca con sé un paradosso, un'ambiguità una contraddizione: è leggero, ma ha pesanti significati, copre ma è trasparente, dovrebbe tenere a bada gli sguardi , ma li attira, dovrebbe frenare il desiderio, ma lo suscita. 
Più o meno con queste parole, a Gubbio, nell'ottobre scorso, Maria G. Muzzarelli iniziava uno degli interventi più applauditi del Festival del Medioevo 2016. Si chiamava proprio così:"Sotto il velo".

La processione della Desolata a Canosa di Puglia da Iodonna.it

Uomini di qua donne di là
e tutte col velo quando parla
Bernardino da Siena
Che non sia una storia musulmana lo sappiamo perché fino agli anni '80 le nonne non uscivano mai di casa "in capello", ma sempre "in fazzoletto" e anche oggi, che di nonne così non se ne vedono più da un pezzo, quando qualcuno, magari intorno a un fuoco, improvvisa una scenetta e si traveste da donna, come primo segno caratterizzante, si copre la testa con un velo.
La storia del velo in Occidente possiamo farla cominciare con San Paolo che considerava la modestia delle donne cristiane una ragione in più per scegliere la nuova religione. Due secoli dopo nei suoi trattati e in particolare nel De virginibus velandis Tertulliano intimava alle donne "copritevi sempre, soprattutto se siete belle." (Se siete brutte potete fare anche come vi pare). Il capo coperto era ormai prerogativa delle donne sposate, era la divisa delle religiose e ogni vedova era tenuta a portare il velo del lutto. Qualcosa nella moda cambia a partire dal Trecento.
Lo sappiamo perché in questo periodo un po' tutte le città italiane, compresa Ancona, si dotano di leggi suntuarie che puniscono il lusso eccessivo e nelle prediche-show dei vari San Bernardino da Siena l'eleganza degli abiti e gli inganni dei trucchi sono spesso l'argomento più atteso.

Tutte le donne dovevano andare velate (non le prostitute, loro erano più professionali a capelli sciolti), ma c'è velo e velo. Alcuni veli, come quelli dipinti da Filippino Lippi non sono certo mortificanti, danno piuttosto l'idea di Grazia.
Non a caso l'ideazione e la realizzazione dei veli più chic era spesso interamente delle donne. Abbiamo notizie di società manifatturiere completamente femminili specializzate nella produzione e nella commercializzazione di questi capi. E con il tempo i modelli si fanno sempre più preziosi e sempre meno coprenti
I veli erano costosi (pensate che serviva un intero mese di lavoro di una serva per produrne uno) ed erano anche belli.
Le cuffie poi erano anche più lussuose, e più che a coprire servivano ad attirare gli sguardi.
A guardarli adesso i Balzi che andavano tanto di moda nel XV secolo la modestia non sembrano ispirarla proprio. Erano una sorta di turbante dalla foggia oblunga. Grazie ad un’armatura interna di giunco, rivestita di tessuto, capelli posticci, seta, decorata con nastri e trecce, Il balzo, spesso accoppiato a calzature alte fino a 50 cm, poteva avere dimensioni notevoli allo scopo di allungare la figura, dava risalto al capo, ampliava una fronte già artificialmente alta grazie alla rasatura dei capelli.
Con buona pace delle intimazioni dei predicatori "Mettetevi i balzi e d'un balzo vi troverete al Ninferno". E' così che veli i veli, declinati in velette, balzi, cuffie e in copricapi di ogni foggia e misura, hanno lentamente perso in occidente il loro significato misogino, «Il linguaggio della moda - scrive la M.G. Muzzarelli - rende palese il paradosso del nascondere per attrarre sguardi vanificando buona parte del suo potenziale misogino». Ma è solo dopo quel radicale cambiamento dei costumi che si ebbe tra i tardi Anni Sessanta e primi Anni Settanta che davvero essi andarono a sparire. Parliamo dell'altroieri, eppure quei pochi veli che vediamo in giro, tutti di "importazione" straniera, ci sembrano inspiegabili e un po' inquietanti. 

 



Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Quale sarà la strada più giusta da intraprendere? Quella laica della Francia che sceglie di proibire un capo d'abbigliamento considerandolo un segno di oppressione, o quello di Dolce&Gabbana, di H&M, di un numero sempre maggiore di griffe che dedicano collezioni al mondo islamico. pensano tessuti, disegnano ricami e intarsi che rendono decisamente più modaioli gli hijab? Ricalcando il percorso che in Occidente, attraverso le mirabolanti variazioni della moda, ha trasfigurato il velo nel fazzoletto della (bis)nonna e  foulard di seta di Audrey Hepburn.
Per saperne di più leggetevi il libro di Maria Giuseppina Muzzarelli A capo coperto (Il Mulino , 2016), ma anche qualcuno di quelli più vecchi come Gli inganni delle apparenze, Guradaroba medievale sono un bel cominciare una libreria.




 


venerdì 13 gennaio 2017

Concorso di scrittura creativa; si riparte il 17 gennaio


Buone notizie: è stata posticipata la data di chiusura del concorso di scrittura creativa “MAB – Storie da Musei, Archivi e Biblioteche”. Promosso dalla Regione Marche e dall’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), il concorso di quest’anno ha come tema “La cura”.
Già il 16 dicembre scorso, nei rinnovati locali della Biblioteca di Istituto, una sporca dozzina di studenti si è cimentata nella prova di scrittura estemporanea. La riapertura dei termini consente l’organizzazione di una nuova sessione, sempre in Biblioteca, martedì 17 gennaio 2017, alle ore 14:00.
Avrete a disposizione 4 ore per scrivere il vostro pezzo; alle 18:00 o al termine della stesura, gli elaborati verranno raccolti e secretati.
Se volete partecipare, vi conviene portare un PC portatile; per gli alunni sprovvisti saranno comunque a disposizione le postazioni digitali della Biblioteca, ma, naturalmente, il numero degli utenti deve essere contenuto.
Fate in modo di portare le adesioni entro e non oltre lunedì 16 gennaio (il giorno prima) alla prof.ssa Paola Piattella  o alla responsabile della Biblioteca, prof.ssa Ilaria Sebastiani.
Siccome i locali della biblioteca hanno una capienza limitata, se le iscrizioni risulteranno in sovrannumero, sarà organizzata una terza e ultima sessione straordinaria, venerdì 20 gennaio 2017.
Stessa ora stessi locali e stesse regole d’ingaggio

giovedì 5 gennaio 2017

"L'occhio del tempo" premiato al 53° Convegno di studi pirandelliani

E’ una produzione rinaldiniana “globale”, frutto della sinergia creativa maturata fra Liceo delle Scienze Umane, Liceo Classico e Liceo Musicale tra febbraio e maggio 2016. La sfida: realizzare un cortometraggio ispirato a tematiche pirandelliane e in particolare ai “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” per partecipare al Concorso collegato al 53° Convegno di studi pirandelliani ad Agrigento. Tre gruppi di studenti della 4F, 4Cm e 4M hanno, così, messo in comune competenze, passioni, idee, letture… finché plot, sceneggiatura, musica, dialoghi hanno preso forma. 
Tutto “made in Rinaldini”, comprese esecuzioni e registrazioni, riprese e montaggio, con l’aiuto delle attrezzature e dell’esperienza di anni di Progetto Cinema... 
Ed ecco il risultato finale! PS: abbiamo ottenuto il Premio Selezione della Giuria

Il rap che accompagna la prima parte del filmato, anche questo scritto ed eseguito dai nostri musicisti, si intitola "La ruota della vita"








La ruota della vita

E’ il rap che accompagna la prima parte del video "L'occhio del tempo" (premio Selezione Giuria al 53° Convegno di studi pirandelliani di Agrigento, dicembre 2016) anche questo scritto ed eseguito dai nostri musicisti


LA RUOTA DELLA VITA di Tommaso Centanni

…E la ruota della vita gira instancabile
come una tigre incattivita insaziabile
non si può dire che Serafino fosse un tipo affabile
ma aveva capito che stare al mondo non è facile

Ora vi racconterò la storia di Serafino
che di Duccella si era invaghito
schiavo di una macchina da lui comandata
ma consapevole che quella manovella va girata

Un uomo automa la cui vita è meccanizzata
figlio di una società da tempo deturpata
non è colpa sua ma di una mentalità errata
colpa di una vita che era già determinata

Pianificata impassibile senza sensazioni
sciupato da una macchina che si nutre di passioni
distaccato da una realtà che non gli appartiene
mi chiedo se fosse lui o noi ad essere in catene

E la ruota della vita gira instancabile
come una tigre incattivita insaziabile
non si può dire che Serafino fosse un tipo affabile
ma aveva capito che stare al mondo non è facile


Avanti a lui un corpo da quella tigre smembrato
e Serafino muto terrorizzato da quello che è stato
con un po’ di carta pulisce l’obbiettivo insanguinato
e gira perché è solo quello l’obbiettivo programmato

La colpa è della macchina che il teatro distrugge
la colpa è del regista che taglia e cuce
il teatro cancellato come una gomma su un foglio di carta
il trionfo della banalità e l’orrore del tempo che passa

Si è reso conto che nasciamo per morire
e ha capito che la colpa è del tempo che uccide

E la ruota della vita gira instancabile
come una tigre incattivita insaziabile
non si può dire che Serafino fosse un tipo affabile
ma aveva capito che stare al mondo non è facile…

Le terzine di Serafino Gubbio


Serafino Gubbio stesso si definisce “una mano che gira la manovella”: il suo lavoro è quello di registrare impassibilmente le scene che gli si svolgono davanti. 

Direttamente dal 53° Convegno di studi pirandelliani di Agrigento, dalla Concorso Scrittura Creativa: un gruppo di studenti della  4Cm ha riscritto la conclusione del romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” in terzine dantesche, operazione inconsueta e stimolante…Eccole.

Siam diventati macchina del tutto
da quando con freddezza abbiam mangiato
la scena finta dal reale lutto.
Abbiam così le note completato,
si chiude il sipario: il silenzio intorno
condannati a ricordare il passato.

Or narreremo i fatti di quel giorno
che dal protestar del Nuti hanno inizio.
Lui disse: “Non voglio nessuno attorno!”

per nulla gradendo il loro giudizio.
E il Polacco: “C’è Gubbio nella gabbia
a girare la scena del supplizio!”

Così si scatenò la nostra rabbia:
non v’era necessità di attenzione.
La nostra presenza non era dubbia.

Fu rispettata la nostra opinione,
eppure gli uomini furono armati
mentre le tigri erano nel gabbione.

L’una lì, coi suoi artigli spiegati
pronta a sfidare la sua controparte,
l’altra discosta con gli occhi abbassati
con l’orso parlando stava in disparte.
Rivolto al suolo il suo falso sorriso,
non ci incantava la sua celebre arte.

Guardammo il Nuti: teso aveva il viso
e col suo vestito da cacciatore
ad affrontar l’una e l’altra deciso.

Ci sistemammo nel punto migliore
e il Nuti scostò da un lato le fronde
sulla scena, architettando l’errore;

a noi erano ignote le sue tremende
intenzioni, e fummo pronti a girare.
Come fra i fili il ragno si nasconde

aspettando un insetto da assaltare,
la tigre in agguato, la schiena arcuata,
aguzze le zanne, pronta a saltare.

La mano si muoveva non guidata
per nutrire la macchina da presa,
di sangue e lacrime sempre affamata.

Lo vedemmo lì con la canna tesa
da una tigre all’altra spostar la mira
per poi sparare alla belva indifesa,

ed ecco l’altra attaccare con ira:
del cacciatore il corpo dilaniava,
lui e lei una cosa sola erano ora.

Tutt’intorno c’era gente che urlava
per la donna caduta a terra morta
mentre la mano a girar seguitava.

Ci spaventammo per la sorte incerta,
finché non ci salvò una rivoltella
e ci trassero fuori dalla porta.

Non si era arrestata la manovella
che a tre vite aveva dato il saluto
in quella cupa mortifera cella.

Demmo alla Casa un grosso contributo
col tragico film girato quel dì,
e noi muti per il trauma vissuto.

Non avremmo supposto che così
sarebbe finita la nostra storia:
noi salvi, soli, nel silenzio qui,

costretti a vivere nella memoria
il dramma che per sempre ci ha segnati,
senza curarci di soldi e di gloria.

Grazie a tutti per averci aiutati,
ma un vero operator non si ritira,
noi in questo silenzio siamo appagati,


io e questa macchina: “Attenti, si gira…”