mercoledì 17 maggio 2017

Scritture creative dal Laboratorio 17


Ha vinto l'ironia tagliente del racconto APERTIS VERBIS di Elisa Valentini. 
Complimenti a lei e a M.Agostini, E.Blasetti, S.Cabras, L.Cortese, G. Fringuelli, L.Lombardi, L. Montenovo, M.Orlando, B. Rubegni, A.Schettini, C.Serafino, T. Talarico, M.Turchetti.
Quest'anno, a ispirare la creatività dei giovani scrittori del Laboratorio di Scrittura Creativa del Rinaldini è stata: la Scuola, luogo concreto o immaginario di storie fantasy, thriller, drammatiche, sentimentali, fantascientifiche, sovrannaturali.


APERTIS VERBIS - PIÙ O MENO di E. Valentini

Era l’ultima volta che si riduceva all’ultimo minuto. Proprio come la volta precedente sarebbe dovuta essere l’ultima. E quella prima. E quella ancora prima. Edith non era mai stata brava a mantenere i propri propositi.  Per quello si era ritrovata in piedi ad un orario indecente della mattina, così presto che in pratica si poteva considerare tarda notte, infreddolita e di malumore e piegata su due vocabolari diversi perché la professoressa aveva deciso che tradurre una versione di quindici righe dal greco al latino era un’ottima idea. A quanto pareva la professoressa li odiava.

ACCIDENTAL JUMP di M. Orlando

Anno 2118, Stazione Lunare Scolastica EAGLE II
La cosa più bella del vivere nello spazio per nove mesi l’anno? La vista mozzafiato senza dubbio. Essere in continua orbita intorno alla Luna offriva ogni giorno un panorama diverso. A volte la Terra – un grosso titano dalle impensabili sfumature verdi e azzurre-, a volte degli asteroidi, ma sempre le stelle.

AURORA di M. Turchetti

Impennando, salutò la scuola con un “addio” futile e poco veritiero. La moto rombava, le ruote cigolavano sotto l’asfalto nero e lucido di quella giornata d’aprile. Dagli specchietti non era visibile nient’altro se non l’immagine scura del suo chiodo.

BOLLE DI SAPONE  di L. Montenovo

Silenzio. Sembra tutto così semplice. O forse no. Quando rimani sola con i tuoi pensieri c’è sempre il rischio che loro ti assordino. Eppure da quel giorno il silenzio mi terrorizza. Ho sempre paura di sentire la sua voce, eppure vivo col terrore di dimenticarmi il suo viso.

IL VIAGGIO DI CHIARA di L. Cortese

C’era una volta una fanciulla  di 17, Chiara, che viveva in una piccola città nel centro del’Italia.
Chiara non era bella, ma c’erano delle caratteristiche in lei che colpivano chiunque riuscisse a leggere l’anima delle persone. I suoi occhi color nocciola lasciavano intravedere ferite che mai nessuno era riuscito a curare. I pochi che le avevano decifrato quelle more di pupille e quel sangue delle sue lacrime, si erano limitate a guardarla con pietismo.

INTO THE MIND  di  C. Serafino

16 settembre 1980 
“Eccomi di nuovo qui. Stesso posto, nuovo inizio. Che poi la storia del nuovo inizio è solo una scemenza che ci raccontano sempre. Sono anni che vengo qui e le pareti sono sempre bianche e asettiche. Uno entra qui con la speranza di poter davvero cambiare e diventare qualcuno e invece mano a mano scolorisce.

LA SCUOLA DEI NAIF di G. Fringuelli

Dall’alto del suo comodo posticino in cielo il sole regnava sovrano, picchiando senza pietà sul legno della piattaforma, sull’acqua dalle stupende macchie di petrolio e sulla mia faccia. Gli unici rumori udibili erano il poetico starnazzare lontano di gabbiani asfissiati e il tramestio da sciacquatura di piatti del mare pigro contro i pali del molo.

LE DONNE-DRAGO di  E. Blasetti

Un suono squillante mi sveglia, ed io cerco in tutti in modi di ignorarlo, ma questo continua imperterrito sempre più forte…quanto vorrei spegnerlo ma purtroppo mia madre è priva di interruttori. Frustrata quindi sbuffo e mi dirigo strisciando verso le scale. Comincio a fare colazione mentre mia madre corre di qua e di la tra le stanze, blaterando cose che di prima mattina non riesco proprio a recepir,così appena fatta colazione la saluto e mi vado a preparare per la scuola.

LIVELY di M. Agostini

A South era sempre stato insegnato che passare tre volte davanti alla casa di Bert Callison portava sfortuna. Era un’antica credenza a cui lei e sua sorella Kennedy avevano sempre creduto, sin da bambine. Non era l’aspetto della casa – buio, losco e tetro - a spaventarle, quanto la strana ombra che nei freddi pomeriggi invernali questa rifletteva minacciosamente sulla strada. Ecco perché, all’uscita da scuola, si sbrigavano sempre per evitare di assistere a quell’orrendo intreccio di luci ed ombre, che incuoteva paura ed un po’ di nostalgia per quella che, una volta, ancor prima della loro nascita, era stata una bellissima dimora estiva degli aristocratici di Columbus.
Kennedy aveva compiuto 18 anni qualche mese prima. Era così giovane, così vivace, 

PASSAGE OF TIME di A.Schettini

A dodici anni era seduta sull'imponente gradinata d'ingresso del castello. Il ragazzo dai capelli biondi l'aveva insultata davanti a tutta la loro Casata, ed era scappata dai sotterranei nella speranza che le lacrime che le rigavano il volto si confondessero con la fredda e insistente pioggia autunnale, e che i suoi singhiozzi fossero portati via dal vento freddo che scuoteva le fronde degli alberi della foresta. Il cielo era un denso mantello grigio: quando si rese conto che era lo stesso colore dei suoi occhi desiderò poterlo squarciare.
La pioggia picchiò imperterrita sulle campagne per sette giorni.

RISING SUN (ULTIMA ORA) di  B. Rubegni

"Aspetta... come faceva? Qualcosa con boy e New Orleans..."
Prima che succedesse tutto quel casino con quei due frocetti, la principale occupazione di Simone, a scuola, era aspettare la campanella finale. Quello squillo di tre secondi, che squartava la noia di una manciata di ore e la faceva dissolvere nell'aria consumata dell'aula, era l'unica ragione di vita di Simone. Non ne aveva praticamente maturata altra, in diciassette anni di vita, o almeno così riteneva.

SOAVE DELIZIA  di L. Lombardi

Le dita dei piedi premevano insistentemente sul gesso delle scarpette. Su e giù. Su e giù. Continuamente. Le stoffa sfregava violentemente sul collo del piede, bianco e magro. I capelli, raccolti sulla nuca, tiravano forte sul cuoio capelluto, ma non sembrava accorgersene. Le sue braccia continuavano a tagliare l'aria e lo facevano con estrema dolcezza. La musica riempiva le sue orecchie e lei si beava di quelle sensazioni così contrastanti.

UNA SORPRESA INASPETTATA di T. Talarico

Clarissa si era appena seduta sul bordo del letto ,quando la sveglia suonò ,lei ormai si era alzata già da un po di tempo ,pensando a cosa il giorno le avrebbe riservato. Quello sarebbe stato un giorno molto importante ,infatti sarebbe andata in una nuova scuola , ancora si ricordava di quando aveva dovuto salutare le sue amiche

martedì 16 maggio 2017

Il Coro d’Istituto al Festival di Primavera di Montecatini

Prossimi appuntamenti con il Coro d'Istituto: 21 maggio ore 17,00 alla Loggia dei Mercanti e il 30 maggio presso la Chiesa del Gesù di Ancona.

Come ormai consuetudine, anche quest’anno il Coro d’Istituto ha partecipato al noto Festival di Primavera a Montecatini Terme dal 26 al 29 aprile.
Il viaggio di studio è iniziato con il Concerto del Coro Giovanile Italiano, diretto dai M° Pavese e Marzola nella meravigliosa location della Basilica di S.M. Novella a Firenze.
Una volta raggiunta Montecatini, il Coro ha preso parte alle attività didattiche partecipando all’atelier “From Bach to Calipso” tenuto dal maestro di fama internazionale Michael Gohl.
Oltre 8 ore di lavoro giornaliere hanno tenuto impegnati i coristi del Liceo Rinaldini (assieme ad altri 140 ragazzi, un atelier davvero numeroso!) su partiture di alto profilo musicale.
Il repertorio ha spaziato infatti dalla fuga a 4 voci Psallite Deo nostro in laetizia di J.S. Bach, a Che gusto è mai questo di Antonio Caldara, attraverso La sera sper il lag  in lingua romanza, al brano di body percussion Body rhythms di Franziska Gohl, per terminare con lo scatenatissimo Goza mi calipso di Albert Hernandez. Quest’ultimo brano ha visto la sezioni dei tenori del Coro in veste di voci soliste.
Il Coro Rinaldini, diretto dal M° Marco Guarnieri e accompagnato al pianoforte dal M° Gaetano Casilli, si è esibito nella serata “Da Coro a Coro” nella splendida cornice dell’Auditorium del Centro Congressi. In questa occasione di condivisione, ciascuno dei cori partecipanti presenta due brani del proprio repertorio: anche in questo frangente, i ragazzi del Rinaldini hanno avuto la possibilità di portare a termine un’ottima performance. Al loro fianco, circa 1500 ragazzi provenienti dai Licei di tutta Italia hanno eseguito i programmi musicali più ricchi e vari, dando vita ad un turbinìo di musica ed emozioni che si è spento solo dopo l’ultima nota del Concerto Finale del sabato, al ritmo di Calipso.
Con la certezza di far parte di questo meraviglioso clima di festa e musica anche il prossimo anno, il Coro d’Istituto si appresta ora a prepararsi per gli ultimi due concerti dell’anno scolastico: 21 maggio ore 17,00 con una location d’eccezione: la Loggia dei Mercanti, e il 30 maggio presso la Chiesa del Gesù di Ancona.






mercoledì 10 maggio 2017

RINALDINI PRIMO ALLE OLIMPIADI DELLA LINGUA ITALIANA

Ecco la squadra schierata dal Liceo Classico “Rinaldini”:
Ha vinto la competizione classificandosi prima a livello nazionale. Pietro Zammarano (2AM), Francesco Galasso e Matteo Moretti (2BM ), Pierfrancesco Gigli e Francesca Ippoliti (2CT), Chiara Miranda (2DM), la squadra dal Liceo Classico “Carlo Rinaldini” di Ancona, preparata e guidata dalle prof.sse Roberta Di Giacomo e Francesca Recanatini, dopo aver superato le fasi eliminatorie lo scorso 9 marzo e quelle semifinali il 21 aprile, non ha deluso le aspettative e ha conquistato il primo posto anche nell’ultima fase della gara, distaccando gli avversari di 7 punti negli ultimi cinque quesiti.

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Le fasi finali delle Olimpiadi della Lingua Italiana a squadre - X edizione, aperte alla partecipazione degli allievi del secondo anno delle Scuole Secondarie Superiori di tutto il territorio nazionale si sono svolte, a Larino (CB) lo scorso 22 aprile

Gli studenti, dopo essersi allenati in una serie di laboratori pomeridiani con le docenti responsabili, hanno affrontato prove di diversa tipologia e complessità, su argomenti grammaticali e linguistici di varia natura, morfo-sintassi, morfologia lessicale, semantica lessicale, testualità, variabilità linguistica, appropriatezza pragmatica, uso della lingua in differenti contesti e in relazione a diversi registri, giochi linguistici.
La competizione rappresenta tradizionalmente un modo anche giocoso di riflettere sull’italiano e sul suo corretto uso e ha da anni il merito di motivare gli studenti a uno studio approfondito ma divertente delle questioni linguistiche, rendendoli consapevoli della capacità comunicativa e persuasiva della propria lingua. Il gioco di squadra permette inoltre agli alunni di socializzare, maturare la capacità di lavorare insieme, il senso di responsabilità e l’abilità di risolvere problemi.


Grande perciò la soddisfazione del Dirigente Scolastico Anna Maria Alegi, delle famiglie, dei ragazzi e di tutti gli insegnanti che con loro condividono ogni giorno il lavoro scolastico.






"Da dieci anni, oltre 150 bambine e bambini, ragazzi e ragazze si ritrovano in aprile a Larino, in provincia di Campobasso, per disputare le finali delle Olimpiadi della Lingua Italiana, una competizione a squadre dedicata ai tre cicli di scuola in cui la grammatica è una materia curricolare (primaria, secondaria inferiore e biennio delle superiori: perché la grammatica si studia per 8/10 anni nelle nostre scuole...).
Le Olimpiadi sono giunte quest'anno alla X edizione. Nate nel 2006-2007 da un'idea di Giuliana Fiorentino, docente di Linguistica generale presso l'Università del Molise, sono realizzate in collaborazione con l'Istituto Superiore di Larino, che ospita i semifinalisti presso il Liceo intitolato a "Francesco D'Ovidio". continua a leggere...


Il Liceo Musicale alla Prova Aperta dell’Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione del M° Zubin Mehta

Il 24 aprile 2017, 52 ragazzi del Liceo Musicale hanno avuto l’opportunità di assistere alla prova aperta dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, sotto la direzione del M° Zubin Mehta.
Si è trattato di un’esperienza unica: un’Orchestra e un Coro stellari hanno entusiasmato fin da subito i ragazzi del Musicale con una performance di altissimo livello, complice anche la splendida cornice del Teatro dell’Opera che ha contribuito a creare una magia di suoni e colori irripetibile.
Il programma per l’80° del Maggio Musicale Fiorentino, degno delle migliori occasioni, ha previsto nel primo tempo l’ouverture Coriolano di L. van Beethoven e il Concerto in re maggiore op. 77 per violino e orchestra di Brahms, una delle pagine più impegnative nel repertori di violino. A coronare questi pregevoli brani, l’esecuzione magistrale del Concerto da parte del M° Michael Barenboim.
Dopo l’intervallo, all’Orchestra si è aggiunto il Coro, creando un impasto sonoro così morbido da non far percepire un volume di suono veramente forte e insieme delicatissimo del “Daphnis et Chloé” di M. Ravel.
A sigillare questo notevole programma,il “Concerto per percussioni e orchestra” di F. Cetha, eseguito per la prima volta in Italia dal bravissimo e giovanissimo Simone Rubino, che a soli 22 anni conferma con performance come queste lo status di uno tra i migliori percussionisti al mondo.
Tutto questo, sotto la guida della prestigiosa bacchetta del M° Mehta.

Fortemente voluta dai docenti, questa esperienza è stata di inestimabile valore formativo per i ragazzi, mostrando loro uno dei momenti musicali più alti del nostro paese, uno spettacolo che solo le eccellenze sanno offrire e che per ciascuno di loro rappresenterà un modello a cui tendere negli anni a venire.

La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.


martedì 9 maggio 2017

Tra alcool e nuove tecnologie. Quale l'incudine e qual è il matrtello?

Gli psicologi  Dott.ssa Frattesi e Dott.Borri dell’Associazione Marco Vive, insieme alla prof.ssa Cotoloni hanno dato vita a due progetti molto interessanti: 
- Progetto "Adolescenza e Nuove tecnologie” (Classi prime Corso Scienze Umane)
- Progetto "Adolescenza e alcol” (Classi seconde Corso Scienze Umane a cui fa riferimeto il video sottostante)
Riportiamo reazioni e relazioni degli studenti




“Spesso perdiamo la coscienza di ciò che facciamo, sotto l’effetto dell’alcol e i bevitori occasionali del sabato sera si credono immuni dalle conseguenze, ma non è così”.
“Molti si vantano di bere per mostrarsi adulti e avere una sbronza può essere motivo di vanto e di quasi orgoglio per mostrarsi agli amici, per sentirsi accettati,  per non farsi emarginare, per sentirsi importanti; chi non rischia, chi non è trasgressivo, chi non prova cose nuove, è considerato uno sfigato”
“ I mass media ci mostrano le immagini di gioia e dello star bene legate all’uso dell’alcol in situazioni di festa, di incontri e di cerimonie di famiglia, in situazioni in chi c’è qualcosa da festeggiare”
“molti ragazzi intervistati sostengono che l’alcol aiuti a cancellare la timidezza, ad esprimere “quello che sei realmente”, un aiuto a divertirti senza sentirsi “frenati”.
“ mi ha colpito come i genitori siano superficiali su questo argomento,mi chiedo se conoscono veramente i propri figli e poi si disperano quando scoprono che è al pronto soccorso in coma etilico.”
“non sapevo che, come dicevano i medici , negli ultimi anni è aumentato il numero di ragazzi che finiscono al pronto soccorso in situazioni critiche dopo feste di vario genere”
“non sapevo che fosse così pericoloso assumere bevande alcoliche prima dei 16 anni perché non sono ancora prodotti alcuni enzimi in grado di smaltire l’alcol più velocemente, così l’alcol ha più tempo per causare dei danni all’organismo”
“secondo me il fenomeno dell’alcol in età adolescenziale, tra cattive abitudini, dipendenze e mode, è troppo spesso sottovalutato”
“sarebbe bello fare anche noi in classe un video, alternando le interviste alle immagini”
“mi ha emozionato la testimonianza di un ragazzo dell’Associazione Alcolisti Anonimi” che ha parlato, in modo semplice ed appassionato, di come la sua vita era diventata un baratro e il divertimento era diventato solo sofferenza, un tunnel da cui è uscito grazie agli incontri con altri che avevano lo stesso problema, per aiutarsi reciprocamente e per condividere le esperienze.”
“questa esperienza mi è piaciuta moltissimo perché il tema del rapporto tra i giovani e l’alcol è poco trattato e conosciuto forse perché l’alcol è legale e troppo facilmente accessibile ai giovanissimi “
-          "Abbiamo compreso la differenza tra dipendenza e  uso eccessivo del cellulare, prima non conoscevamo questa distinzione  e non ci erano chiare le conseguenze della dipendenza
-          abbiamo aperto gli occhi sugli aspetti  negativi della tecnologia, distinguendoli da quelli positivi
-          ci siamo resi conto che se  da un lato la tecnologia ci consente di comunicare con le persone distanti, di fare “tutto e subito” dall’altro lato diventa un ostacolo nel socializzare “faccia a faccia”e non ci accorgiamo di ciò che avviene intorno a noi; la nostra vita sociale ne viene completamente influenzata perché al di fuori dello “schermo” non abbiamo un rapporto con la realtà.
-          ci ha colpito che il cellulare non è solo un mezzo di comunicazione  ma è diventato parte integrante della nostra giornata, tanto che si possono capire alcuni tratti della personalità in base a come il soggetto sceglie la suoneria del cellulare, al cover e al modello e allo sfondo
-          abbiamo visto un cortometraggio in cui venivano intervistati i ragazzi provenienti da varie scuole e abbiamo potuto constatare che se ci venisse chiesto di fare una “pausa” di 3 giorni dall’uso dei mezzi tecnologici, la maggior parte di noi sarebbe disponibile ma nessuno sarebbe disposto a cominciare l’esperimento in quel determinato istante. Siamo nati e cresciuti nell’epoca digitale e questo ci porta a diventarne facilmente dipendenti, isolandoci dal mondo esterno e instaurando relazioni esclusivamente con i social.
-          Abbiamo capito di doverci dare delle regole, in modo da poter limitare l’uso del cellulare nelle nostre vite perché guardarsi attorno è meglio che trascorrere ore intere davanti ad uno schermo.




AURORA di M. Turchetti

Impennando, salutò la scuola con un ͞addio͟ futile e poco veritiero. La moto rombava, le ruote 
cigolavano sotto l’asfalto nero e lucido di quella giornata d’aprile. Dagli specchietti non era visibile nient’altro se non l’immagine scura del suo chiodo. Era così che si faceva riconoscere, era così che
lo conoscevano tutti: infatti, Mario portava sempre quell’indumento, un rivestimento impermeabile,un solido scudo … e un modo per proteggersi dal freddo, visto che a scuola vi era un meccanismo di riscaldamento così moderno, così all’avanguardia, da non esistere. Per il resto, come lo scudo di Achille nell’Iliade, costruito sulla base di un modello geometrico-matematico, parlava da solo del suo guerriero, così desiderava che il suo chiodo potesse narrare di lui, operlomeno lasciare una sua traccia.
Mario era un tipo riservato, non amava le chiacchiere, se per queste si intendono quelle alle spalle, quelle che un giorno in pochi conoscono, e che il giorno dopo pullulano nella scuola e debordano fuori dalle classi, ingombrando anche i corridoi.Per molti era un scoglionato, e in effetti era ciò che comunicava all’apparenza. Ma se con ͞scoglionato͟ si intende anche svogliato e poco motivato, come del resto sembravano essere parecchi suoi coetanei e amici, dall’aria preventivamente consumata di chi sa di dover buttare cinque ore preziose del giorno lì a scuola, beh, questo proprio no. Certo, studiare non era una cosa che lo faceva impazzire tanto quanto girare per le strade di Torino in groppa alla sua due ruote scassata e ruggente, ma gli piaceva ascoltare durante le lezioni, si divertiva nello scoprire le numerose similitudini con gli argomenti scolastici che individuava nella vita di tutti i giorni. E l’ascoltare costituiva in lui un grande pregio, nonché un tratto distintivo del suo carattere: per quanto non ne fosse del tutto consapevole, sapeva dare dei buoni consigli, ascoltando ciò che i suoi amici più stetti gli raccontavano. Il divario di argomenti era chiaramente ampio: litigi, separazioni in via di sviluppo tra i genitori, tradimenti con altre, ma anche figure di merda, brutti voti a scuola, lievi depressioni risolte ammazzandosi di cibo; che il problema fosse piccolo o grande, che andasse preso con le pinze o a mani nude, di fatto Mario aveva nei suoi confronti un atteggiamento serio, psichiatrico, quasi pesante a volte, ma fermo e risolutivo.
Finite le lezioni anche quel giovedì, dopo due interminabili ore di versione di latino, mentre i suoi compagni si confrontavano le traduzioni e proponevano un salto al sushi-bar, un modo comodo per dimenticare la mattinata appena trascorsa tra pesce crudo e ciotole di miso, Mario, incurante di tutto e riluttante al solo pensiero di un all-you-can-eat a base di solo sushi, si stava già dirigendo verso il parcheggio. Tastando appena le tasche dei jeans, però, si accorse di non aver con sé le chiavi della moto. Tornando in classe con aria calma, convinto di averle lasciate sotto il banco, non le trovò. Dopo aver chiesto ai bidelli, i quali negarono nettamente, strafottenti (ma dove sono finiti i bidelli dolci e compassionevoli del primo ?!), cominciò a girare per tutte le aule, ripercorrendo più e più volte le stesse rampe di scale. Dov’era quell’ingorgo di studenti caotico e turbolento, ma al contempo familiare e rassicurate?? La scuola era davvero così grande?? Mario si sorprese nel pensare alla possibilità che ci fossero aule nascoste e piani inesplorati; e mentre ispezionava per l’ennesima volta il primo piano, sentì un rumore proveniente dalla aula di informatica … ma, da quando avevano un’aula di informatica?? Cioè, nei tre anni in cui frequentava quell’istituto, non aveva mai visto quella cavolo di targhetta apposta accanto a quella porta?? Sporgendo la testa all'interno, incrociò una sagoma giunonica, che gli dava le spalle: gli skinnyle fasciavano le gambe, enfatizzando il bacino morbido, nonostante i fianchi fossero piuttosto stretti; le vans basse le stavano bene, e di certo scarpe più alte non le sarebbero servite a nulla, essendo già alta e piuttosto slanciata. Indossava una maglietta color senape, e all’attaccatura dei capelli, cortissimi e color mandorla, aveva un piccolo tatuaggio. Alzando appena lo sguardo verso la finestra, dopo aver staccato le labbra minute dal flauto, si girò di scatto verso Mario; gli occhiali le rendevano gli occhi piccoli e poco visibili, ma Mario già fantasticava su una sfumatura verdognola. Anzi, quasi ci sperava: i lineamenti minuti erano compensati da un piccolo piercing al naso e da un paio di ciglia lunghissime. – Ti serve qualcosa? – chiese lei, accennando un lieve sorriso. Aveva una voce carezzevole, ma decisa, cosa che fece sbandare Mario più di quanto già non lo facesse la sua stessa moto, quando la riaccendeva dopo averla rimessa in sesto. Ma a quanto parve, il momento in trance durò molto più di quanto non sembrasse, dal momento che la ragazza, non ricevendo risposta, si era già rigirata e stava riordinando gli spartiti, pronta a riprendere da dove si era interrotta. Notò, stavolta più nitidamente, il tatuaggio: una piccola coda di pesce che le usciva dal colletto della maglia. Avrebbe dovuto ricordarselo.
Mentre continuava a vagare vanamente per i corridoi, sentendo il suono del flauto risuonare in lontananza, fu pervaso violentemente dalla malinconia. Ogni tanto gli capitava, quando pensava ai suoi genitori; nonostante infatti si fosse ormai ragionevolmente arreso al solo pensiero di rivederli prima della fine di marzo, come loro avevano promesso, desiderava la loro presenza, anche se non lo dava a vedere. In questi momenti, solitamente, trovava il modo di incastrarsi nelle strade affollate di Torino, in direzione di Borgo Aurora. La zona era piccola, forse un po’ randagia, ma a Mario non interessava; lui veniva lì per Cami. Camilla Terilli, detta CamiTi, era una sua lontana cugina, figlia del cugino della madre di Mario; la sua precaria situazione scolastica le aveva permesso di trovare, alla tenera età di vent’anni, un lavoro instabile in un chiosco in uno dei quartieri più malfamati della zona. Il chiosco vendeva di tutto, ma non fruttava poi così tanto e, non appena il proprietario si assentava per una mezz’ora, Cami ne approfittava e si faceva portare via da Mario e dalla sua moto, lasciando lì i debiti soffocanti e la vita monotona di quartiere. Quella compagnia stravagante e colorata non permetteva Mario di liberarsi dei suoi pensieri 
definitivamente, ma era un ottimo modo per distrarsi. Voleva bene alla cugina, che considerava quasi più un’amica, e sapere che c’era qualcun’altro messo male, o peggio di lui, lo rassicurava immensamente. assegnato, stava per uscire dal cancello della scuola, pronto ad incamminarsi a piedi verso casa, quando si ricordò che stamattina, per aiutare Fill a portare il contrabbasso in classe, aveva lasciato le chiavi dentro il bauletto. Erano le cinque di pomeriggio, i colori del cielo si stavano temperando di tonalità pastello, rosate e chiare, e i clacson delle macchine, animati e misti all’aria trafficata, si sentivano fin lassù.

domenica 7 maggio 2017

Il Coro al di là delle stelle


Voci e suoni dal Monte, da una chiesetta fuori dal tempo. Domenica 7 maggio 2017 il Coro d’Istituto è stato protagonista dell' VIII edizione della Rassegna Corale “Al di là delle stelle". Patrocinato dal Comune di Ancona, l'evento, promosso dalla Corale "V. Cruciani" in ricordo del corista "Midio" Marconi si è tenuto alle 17:00 nella suggestiva Chiesa di S. Pietro Martire che domina l'antico borgo di Varano.
Hanno partecipato il Coro "Dolce canto a Leo" di Monte Urano, diretto dal M° Stefania Cocco, il Coro d'Istituto del Liceo "C. Rinaldini" di Ancona, diretto dal M° Marco Guarnieri e il Coro Polifonico "G. Spontini" di Moie di Maiolati, diretto dal M° Michele Quagliani.






APERTIS VERBIS - più o meno di E.Valentini


Era l’ultima volta che si riduceva all’ultimo minuto. Proprio come la volta precedente sarebbe dovuta essere l’ultima. E quella prima. E quella ancora prima. Edith non era mai stata brava a mantenere i propri propositi. 

Per quello si era ritrovata in piedi ad un orario indecente della mattina, così presto che in pratica si poteva considerare tarda notte, infreddolita e di malumore e piegata su due vocabolari diversi perché la professoressa aveva deciso che tradurre una versione di quindici righe dal greco al latino era un’ottima idea. A quanto pareva la professoressa li odiava. 

Ovviamente su internet non esisteva una traduzione neanche per sbaglio, e ovviamente Edith non possedeva un vocabolario dal greco al latino, quindi era stata costretta a tradurre prima dal greco all’italiano e poi dall’italiano al latino. Non era stato divertente. 

Verso le cinque e mezzo rimise il tappo alla penna e si raddrizzò con un sospiro. Prese in mano il quaderno con la traduzione finale: un ammasso di scrittura disordinata, pieno zeppo di parole sbarrate e appunti in piccolo tra una riga e l’altra. 

Incominciò a leggerlo ad alta voce con la scusa che magari così si sarebbe accorta degli errorini più stupidi, una “m” al posto di una “s” o i tempi verbali sbagliati (in verità moriva di sonno e aveva voglia di sentirsi snob e aristocratica leggendo con tanto di enfasi un testo in una lingua morta che non capiva). 

Dovette interrompersi allo sbuffo di fumo. 

Un ragazzo era comparso sul suo letto, nudo dalla vita in su, disteso in maniera molto provocante con un ginocchio piegato e il mento posato sul pugno, in una di quelle pose da “dipingimi come una delle tue dame francesi”. Aveva gli occhi rossi, pupilla verticale, un paio di piccole corna curvate all’indietro che gli spuntavano tra i capelli biondicci e una coda nera con l’estremità a punta di freccia mezza abbandonata sopra il fianco nudo. 

L’aria odorava vagamente di zolfo. 

Edith fissò il ragazzo e il ragazzo la guardò di rimando, un sorrisetto che gli arricciava le labbra sottili. «Li hai diciotto anni, sì?» chiese con voce di velluto. «Non faccio patti con i minorenni» 

Edith continuò a fissarlo. Rimise il quaderno sulla scrivania, lo chiuse. Alla fine le lingue morte l’avevano mandata fuori di testa. Sapeva che presto o tardi sarebbe successo. Sperava di riuscire a concludere l’ultimo anno senza esaurimenti nervosi ma a quanto pareva non sarebbe stato così. 

«Devi lavorare sulla tua pronuncia» commentò il ragazzo - ragazzo? Con quegli occhi e le corna e la coda la definizione di “ragazzo” suonava un po’ forzata. “Demone” suonava meglio. Ma comunque perché doveva starsene mezzo nudo? Era freddo. «Sul serio dolcezza, sembravano i lamenti di una dozzina di poveri gattini innocenti che vanno a fuoco. Sei fortunata che ti abbia capita, hai rischiato che non si presentasse nessuno» 

Erano le cinque e tre quarti. Aveva ancora un’ora prima di doversi alzare ufficialmente dal letto. La tentazione di rimettersi sotto le coperte e recuperare quella misera ora di sonno era forte. L’unico problema era il tizio - possibilmente non umano - che stava occupando il suo letto. 

Edith incominciò a chiudere ed impilare i vocabolari uno sopra l’altro. «Chi dovresti essere?» 

L’espressione del tizio era pura offesa. «Mi hai chiamato tu!» protestò. «A proposito, non hai specificato i termini precisi dell’accordo. O forse l’hai fatto ma la tua terrificante pronuncia non mi ha permesso di coglierli. Sarà una cosa singola o...? È politica aziendale non toccare l’umano prima che l’accordo sia ben chiaro ad entrambe le parti, il capo pensa che sarebbe pessima pubblicità se incominciassimo a fare di testa nostra, e io sono d’accordo» 

«Senti coso, non ho la più pallida idea di cosa tu stia dicendo» Edith sbuffò. «Di che parli?» 

Il tizio si mise lentamente a sedere sul letto. «Incubus» disse indicando se stesso con entrambe le mani, nel tono che si usa per spiegare ai bambini piccoli. «Umana che mi hai evocato» Indicò Edith. «Hai presente? L’evocazione che hai letto cinque minuti fa? Dove mi promettevi un po’ della tua energia vitale in cambio del sesso migliore di tutta la tua giovane vita?» 

Edith sospirò. Una parte di lei si chiedeva se per caso non avrebbe dovuto essere giusto un tantino più spaventata dalla situazione, dato che c’era un demone nella sua camera. Ma era una studentessa del liceo classico, all’ultimo anno. Più nulla ormai poteva sorprenderla. «Io non ti ho evocato» affermò incrociando le braccia al petto. 

«Ah-ah, certo che no. Ho solo sbagliato indirizzo, colpa mia» L’incubus roteò gli occhi. «Che c’è ragazzina, hai cambiato idea? Sono sicuro di poterti convincere» Ammiccò e si stiracchiò come un gatto, mettendo bene in mostra il suo corpo. 

«Non ti ho evocato» ripeté Edith, sforzandosi di suonare autoritaria e allo stesso tempo di non alzare troppo la voce perché i suoi genitori dormivano all’altro capo del corridoio. «Non ci sarà nessun sesso sfrenato e nessun passaggio di energia vitale o di altro. La tua offerta non m’interessa» 

«Andiamo... nemmeno un assaggio? Un pochino? Facciamo così: potrai provare il prodotto per un minuto o due prima di decidere se comprare o meno, che ne pensi? Dovrebbe essere abbastanza per convincerti che ne vale la pena, in fondo cosa ci fai con quella tua forza vitale? A malapena la stai usando, su» 

Edith gettò uno sguardo all’orologio: sei meno dieci. Stava perdendo tempo prezioso che avrebbe potuto usare per sonnecchiare. «La risposta è sempre no» Il tono era definitivo. «Torna da dove sei venuto, per favore?» 

«Ma ho fame!» protestò lui rimettendosi a sedere. 

In risposta Edith sollevò l’indice nel gesto universale di “aspetta un attimo”. Recuperò il portafoglio e tirò fuori due banconote da dieci euro. «Ecco qui» Le porse al demone. «Vai al McDonald e prenditi un panino o due, non m’interessa, basta che mi liberi il letto» 

L’incubus la guardò scandalizzato: «Non quel tipo di fame!» Le rivolse uno sguardo che era un concentrato di frustrazione. «Senti, com’è che ti chiami?» 

«Prima tu» rispose subito Edith, e lui sorrise. 

«Non sei stupida, eh? D’accordo. Mi chiamo Lance» 

«Edith. Piacere, più o meno. Sarei più contenta se ti spostassi dal mio letto» 

Lance sospirò - una prima mattinata piena di sospiri, quella. «Senti Edith, le cose stanno così: tu hai offerto e io ho accettato, ed ora siamo qui a cercare di concludere un accordo. Davvero, non c’è bisogno di vergognarsi. Le ho già sentite tutte. Cosa vuoi?» 

«Non voglio niente, in quante lingue te lo devo dire? Perché ne conosco tipo, solo due. Ecco, guarda qui» Recuperò il quaderno e glielo schiaffò davanti, aperto sulle pagine incriminate. 

Regnò il silenzio mentre l’incubus scrutava la versione e rispettiva traduzione. «Questo è il testo originale?» chiese dopo un minuto, indicando la fotocopia infilata tra le pagine del quaderno. Edith annuì. «E questa la tua traduzione? Dal greco al latino?» Avuta di nuovo conferma, esaminò per un altro intero minuto la versione. Prese la fotocopia originale e la sollevò. «Questo» disse lentamente. «Parla di patate. È una guida alla coltivazione di patate. Non è neanche autentico! Si vede che qualcuno se l’è inventato dato che i greci neanche le avevano le patate. Questa invece» Posò il dito sulla traduzione in latino. «Questa è la formula di un rituale per l’evocazione demoniaca» Rivolse a Edith uno sguardo che diceva chiaramente “sul serio?”. 

Lei si strinse nelle spalle. «Non sono molto brava col greco. O col latino» 

«Un rituale di evocazione!» ripeté Lance balzando in piedi. «Altro che “non molto brava”, sei pessima! Un caso perso! Sei un pericolo per te stessa e per chi ti sta attorno!» 

«Ehi, adesso non esageriamo» borbottò Edith un po’ risentita. Non era lei che non ci sapeva fare, era colpa della professoressa che assegnava loro versioni impossibili. 

«Hai avuto una fortuna sfacciata che ho risposto io e non uno dei demoni più pignoli! Come credi che siano iniziate le epidemie di peste nel quattrocento e del seicento? L’ho sempre detto io, non date certi testi in mano ai dilettanti. Perché non potevate limitarvi a tradurre Tucidide? Cicerone magari? Qualcosa di semplice e non fraintendibile?» 

Edith emise un lamento alla parola “Cicerone”. «Ma abbiamo già tradotto tutto di Cic!» protestò. «Basta, non se ne può più!» 

Ma l’incubus era inamovibile, spietato: «Cicerone almeno non causa epidemie globali. Sai, io ci mangio con voi umani, sarebbe un guaio per me se moriste tutti. Di chi è stata poi l’idea di inventarsi questa cosa e poi fartela tradurre dal greco al latino?» 

Ottima domanda. Visti gli sviluppi degli eventi, era stato sicuramente un’idea della prof. «La prof demoniaca che ci fa sia greco che latino» L’aggettivo sarebbe potuto suonare fuori posto dato che si trovava davanti a un vero demone, ma a parere di Edith era più che appropriato. 

«Sembra quasi fatto apposta» commentò Lance. Strappò la pagina con la traduzione, la tenne nel palmo aperto e la carta prese fuoco. 

Edith gli afferrò il polso: «Ehi!» Aveva lavorato per ore a quella traduzione. Non aveva la minima intenzione di rimettersi a farla da zero solo perché ad uno stupido demone era sembrata una buona idea ridurla in cenere. Si chiese se come scusa avrebbe retto: prof, mi dispiace tanto, l’incubus che ho accidentalmente evocato facendo i compiti me li ha distrutti. Ops. 

«Te la rifaccio io, non sclerare» Lance agitò la mano come se volesse scacciare una mosca. Afferrò una matita e si sedette sul letto a gambe incrociate, quaderno bilanciato sulle ginocchia. «In cambio voglio un bacio. È il minimo che mi devi, dato che sono salito fin qua su per niente» 

Edith ci pensò su un attimo. «Va bene, ma fammi posto che muoio di sonno» Aspettò che lui si scostasse un poco e si infilò sotto le coperte. Riuscì a sonnecchiare per trenta interi minuti prima che Lance la prendesse per una spalla e iniziasse a scuoterla: 

«Ehi zuccherino, ho finito. Prestami attenzione» 

«Che vuoi?» Edith si mise a sedere, nascondendo un enorme sbadiglio dietro la mano. 

«Non essere troppo affascinante o rischierai di sedurmi» commentò Lance, molto poco impressionato. «Ecco la tua traduzione. In italiano, e questa è in latino» Le porse il quaderno, un’intera pagina riempita con una calligrafia d’altri tempi. 

Edith strizzò gli occhi e squadrò le parole. «A malapena riesco a leggerla» protestò. «Quando sei nato, nell’ottocento?» 

«Giù di lì. Non c’è di che. Il mio pagamento, prego» Ammiccando, l’incubus si sporse in avanti e ricevette un bacio sulla guancia. Le scoccò un’occhiataccia. «Ehi, non funziona così» 

«Non hai specificato dove volessi il bacio» disse Edith in tono innocente, stringendosi nelle spalle. «Grazie della traduzione e arrivederci, è stato un piacere fare affari con te» Gli fece ciao ciao con la manina. 

Lance continuò a guardarla male per qualche altro secondo, ma alla fine sbuffò una risata e scese dal letto. «Sei una di quelle persone» commentò, e sembrava aver appena ricevuto un’illuminazione dall’alto - dal basso? Come funzionava coi demoni? «E io che continuavo a proporre, ovvio che stavo perdendo tempo. Siete il peggio» Si riappropriò della matita - arrotolandoci attorno la coda e portandosela in mano - e scarabocchiò qualcosa sull’angolo della pagina. 

Edith si sporse per vedere meglio. «Cos’è?» 

«Il mio numero di cellulare» 

«I demoni hanno un cellulare?» 

«Sì dolcezza, devo pur tenermi in contatto con i miei clienti in qualche modo. Gli unici che utilizzano ancora quegli antichi rituali sono gli esaltati, i disperati e le studentelle del classico incapaci di tradurre brani sulle patate» Roteò gli occhi. «Chiamami se ti serve aiuto a tradurre, magari riusciamo ad evitare un apocalisse o due, e sul metodo di pagamento possiamo accordarci. Il venerdì e il sabato sera lavoro quasi sempre, e lo stesso vale per il quattordici febbraio e l’otto marzo. Non chiamarmi ad Halloween che il mio amico al piano di sotto organizza una festa tutti gli anni, letteralmente una festa infernale» 

Edith lo fissò: «Non fa ridere» 

«Forse, ma comunque non sono libero quei giorni» Lance ricambiò con l’ennesima occhiataccia. «Ah, e post scriptum: ti consiglierei di cambiare professoressa. L’aggettivo che hai usato prima è più appropriato di quanto pensi. Ciao ciao dolcezza» Sparì in uno sbuffo di fumo. 

Edith tossì per via dell’odore di zolfo, sventolando con la mano per pulire l’aria. In quel preciso istante la sua sveglia suonò. Erano le sette di mattina e doveva alzarsi dal letto. Aveva dormito circa tre ore quella notte. Bene. 

Tirò indietro le coperte e balzò in piedi, raccolse in fretta fogli e quaderno ed esitò un istante messa di fronte a quel numero scritto a matita. Alla fine infilò tutto nello zaino senza pensarci troppo su, senza cancellarlo ma neanche senza salvarlo in rubrica. Non le servivano ripetizioni di latino da un demone. 

Ovvio che non lo avrebbe chiamato (non era mai stata brava a mantenere i propri propositi). Magari a Lance andava una partita ad Ashes, una volta o l’altra? Edith non riusciva mai a trovare un secondo giocatore...

ACCIDENTAL JUMP di M.Orlando

Anno 2118, Stazione Lunare Scolastica EAGLE II



La cosa più bella del vivere nello spazio per nove mesi l’anno? La vista mozzafiato senza dubbio. Essere in continua orbita intorno alla Luna offriva ogni giorno un panorama diverso. A volte la Terra – un grosso titano dalle impensabili sfumature verdi e azzurre-, a volte degli asteroidi, ma sempre le stelle. E anche dopo quattro anni passati su quella Stazione, Bart riusciva sempre a provare un senso di assoluta meraviglia davanti a quello spettacolo di luci e colori che per tanto tempo era stato il sogno della razza umana. 

Ma quel giorno l’attenzione di Bart era tutta concentrata sull’impresa che aveva sotto mano, alla quale aveva lavorato per più di due mesi.

«Riconosciuto: soggetto R015, James Raynes» La voce dell’intelligenza artificiale risuonò forte e chiara nella stanza mentre la porta si apriva scivolando gentilmente nella fessura del muro e il suo conquilino nonché migliore amico- faceva la sua entrata.

«Ehi, Mes» salutò Bart senza staccare gli occhi dalle viti che stava finendo di stringere alla base di uno dei due piedistalli in mezzo alla stanza.

«Ehi» ricambiò il ragazzo liberandosi della giacca grigia che erano obbligati ad indossare durante le lezioni e lanciandola senza troppi scrupoli sul letto lì vicino. «Cosa stai facendo?» 

«Sto ultimando il mio progetto per Meccanica ed Elettronica Applicata» Bart mise da parte il cacciavite e si alzò da dove si trovava, strofinandosi le mani sui pantaloni. «Miss Davis ha detto di pensare in grande per questo compito e io» disse collegando i due piedistalli tra loro con un grosso tubo grigio «ho intenzione di presentare qualcosa di assolutamente atomico». Bart finì di assicurare le prese del tubo prima di allontanarsi di qualche passo e allargare le braccia. «Ta-daan!» 

Mes inarcò un sopracciglio, studiando il lavoro.«E di cosa si tratta, esattamente?» 

«Questo, amico mio, è un teletrasporto a breve distanza» disse Bart sorridendo soddisfatto. 

«Pensavo il progetto dovesse essere originale» disse Mes perplesso.

«Lo è» Bart sbloccò con un paio di tocchi lo schermo del bracciale digitale intorno al suo avambraccio «Ho fatto delle ricerche. Il teletrasporto più corto inventato finora ha una portata di circa sette kilometri, esclusi i primi prototipi. Il mio progetto consiste in un trasporto basato sulla scala dei centimetri e dei metri. Sei in ritardo per una lezione e hai dimenticato il tuo palmare? Teletrasporto a corto raggio. Devi consultare un progetto dalla biblioteca? Teletrasporto a corto raggio. Sei-»

«Okay, okay, ho capito» lo fermò Mes «E funziona?»

Bart sorrise eccitato.«Stiamo per scoprirlo» disse premendo un tasto sul suo palmare che attivò il dispositivo. La schermata superiore dei due piedistalli si illuminò di una tenue luce bianca e nell’aria cominciò a sentirsi un leggero crepitio di corrente.

«Soggetto C094, Bartholomew Cullen. Sequenza di comando numero 257, attivare» comandò Bart all’ intelligenza artificiale.

«Attivazione effettuata. Raccoglimento dati in corso. Trasferimento dati su dispositivo»

I dati vennero proiettati dallo schermo del palmare nell’aria.

«Sicuro di aver fatto bene i calcoli?» chiese Mes lanciando un’occhiata alle informazioni appena raccolte. «La percentuale degli elettroni voltaici di spostamento è fuori dalla norma»

Bart lo liquidò con un gesto della mano. «Sarà perché mi sono collegato al contatore di riserva»

«Cos’è che hai fatto?»

«Vaaa bene» disse Bart salendo su uno dei due piedistalli prima che Mes potesse aggiungere altro «Tempo di testare il prodotto finale. Iniziare procedura di teletrasporto»

Mes gli lanciò un’occhiata preoccupata. «Non faresti meglio a testarlo con degli oggetti inanimati prima?»

«Perché dovrei? I veri inventori lo fanno?»

«Sì! C’è qualcosa che non va, Bart. Questi dati sono completamente sballati, devi aver sbagliato a calcolare qualcosa»

«Sciocchezze, i miei calcoli sono giusti» 

Il crepitio nell’aria cominciò a farsi più forte quando l’intelligenza artificiale annunciò: «Procedura completata. Teletrasporto pronto»

Le luci al neon sul soffitto cominciarono a lampeggiare in maniera poco rassicurante e un paio di scintille uscirono dal tubo di collegamento. 

«Bart»

«Attivazione!»

Un lampo di luce accecante costrinse Mes a chiudere gli occhi. Quando li riaprì Bart era sparito. 



Anno 2017, New York City

«Pensa pensa pensa pensa» Ad ogni parola Jamie si sbatteva il quaderno sulla fronte nel disperato tentativo di trovare un’idea decente per il progetto di arte che gli era stato assegnato settimane prima e che ancora aspettava di essere svolto.

«Argh!» sbuffò esasperato lanciando via il quaderno e cominciando a camminare su e giù per l’aula vuota. «Okay, respira, respira» si disse passandosi una mano sul viso. «Resta calmo. Devi solamente pensare a un qualche tipo di città futuristica. Andiamo, è semplice. Sei un nerd, puoi riuscirci. Niente panico, hai ancora due giorni per consegnare il progetto. Qualcosa di spettacolare, senza troppi cliché»

“E sto di nuovo parlando da solo”, pensò sbattendo la fronte contro il vetro della finestra. Forte.

Il muro di mattoni rossi del palazzo di fronte tagliava totalmente la visuale dei palazzi circostanti e delle strade piene di newyorkesi frenetici ma lasciava ben vedere il ponte di Brooklyn in lontananza e i battelli che attraversavano l’East River.

Jamie si concentrò e provò ad immaginare una versione più tecnologica del ponte, i grattacieli meno massicci e più slanciati verso l’alto, meno cemento e più vetro nelle facciate degli edifici. 

Aveva appena cominciato ad immaginare delle torri sospese nello spazio aereo soprastante quando improvvisamente uno strano crepitio risuonò tutto intorno e l’aria esplose dietro di lui in un lampo accecante che lo spedì a terra.

Quando le orecchie smisero di fischiargli, Jamie si tirò su giusto in tempo per vedere un ragazzo accasciarsi a terra intorno a un sacco di rottami metallici che fino a due secondi prima non c’erano.

Oh cavoli.

Jamie si avvicinò allo strano ragazzo che era appena comparso non dal nulla, perché la gente non compariva dal nulla. «Ehm, ti prego non essere morto?»

Il ragazzo –più o meno della sua età, capelli rossicci- che Jamie non era sicuro di aver mai visto a scuola, alzò un pollice in su. «Sto benissimo» disse finalmente aprendo gli occhi e fissarlo perplesso. «Come diamine ti sei conciato?»

Fu il turno di Jamie di essere perplesso. «Eh?»

Il ragazzo sbuffò, mettendosi seduto. «Sembri uscito dagli anni ’20 del duemila. Dove accidenti sei riuscito a trovarla una felpa? Pensavo fossero fuori produzione da almeno mezzo secolo. E cosa hai fatto alla stanza?» Il ragazzo – del club teatrale a giudicare dallo strano taglio degli abiti che indossava?- si alzò in piedi guardandosi in torno. «Sarò svenuto per neanche cinque minuti e tu la fai diventare…così. Cos’è una nuova funzione dell’IA? Hai hackerato il sistema? Come...?» chiese prima di affacciarsi ad una della finestre. «È Brooklyn quella?»

Jamie fece un masso indietro moolto lentamente. «Okay, amico. O hai sbattuto troppo forte la testa o sei davvero un attore fantastico, molto nel personaggio. Lo spettacolo di fine anno sarà un successo se continui così. Umh, tu saresti…?»

«Divertente, Mes» disse il tizio ridacchiando. «Davvero divertente. Adesso possiamo tornare alla realtà?»

«Amico, questa è la realtà. Sei fatto per caso?»

«Come riuscirei a farmi se non producono più droghe dal 2038?»

Ci fu un momento di silenzio in cui entrambi si guardarono negli occhi cercando di capire chi dei due fosse veramente serio. Poi Capelli Rossi sembrò arrivarci.

«Tu non sei Mes»

«Umh, no?»

«C-che anno è? In che anno siamo? E dove siamo?» chiese portandosi lentamente le mani tra i capelli.

«Amico, sei serio?» Jamie cominciava ad avere leggermente paura.

«Rispondi!»

«2017! New York 2017»

Il tizio lo fissò ad occhi sgranati. «Per tutti gli atomi, ho inventato il viaggio nel tempo». Si guardò intorno più stupito di prima ridacchiando in maniera leggermente isterica. «Ho inventato il viaggio nel tempo! Sto per diventare ricco! Beh, nel futuro più o meno. Anche se non so come tornarci dato che non ho effettivamente la più pallida idea di come sia arrivato qui e oh, tutto questo è fantastico…» 

Poi il suo sguardo si puntò su Jamie e il suo sorriso si allargò più di prima. «Piacere, Bart Cullen, inventore del viaggio nel tempo, oh cavolo se suona bene» disse porgendogli una mano.

Jamie esitò per un attimo prima di stringerla. «Jamie Raynes»

«Raynes? Per tutti gli atomi, sei il bis-nonno di Mes! Fatti abbracciare!»

«Cos-oh!» Jamie non ebbe il tempo di protestare che si ritrovò stretto in un abbraccio spezza ossa. «Okay, direi che può bastare»

Il tipo – Bart- lo lasciò andare. «Non ci posso credere. Sono un grande amico di tuo nipote. Beh, che devi ancora avere e oh cavoli, e se dicendotelo avessi appena causato un’anomalia temporale? Tu hai intenzione di avere figli, vero? Insomma, devi. Io ho bisogno di Mes, è tipo l’ottanta percento del mio buonsenso. Ehi, voi avete ancora quella chiamata Coca-Cola o hanno già smesso di-»

«Okay, okay, rallenta» Jamie alzò le mani per fermarlo. «Vuoi dirmi che vieni dal futuro?»

«Yup» Bart annuì entusiasta. «2118, ad essere precisi»

Momento di silenzio.

«Oh mio Dio»













sabato 6 maggio 2017

LE DONNE DRAGO di E. Blasetti

LE DONNE-DRAGO
di E.Blasetti
Un suono squillante mi sveglia, ed io cerco in tutti in modi di ignorarlo, ma questo continua imperterrito
sempre più forte…quanto vorrei spegnerlo ma purtroppo mia madre è priva di interruttori. Frustrata quindi
sbuffo e mi dirigo strisciando verso le scale. Comincio a fare colazione mentre mia madre corre di qua e di
la tra le stanze, blaterando cose che di prima mattina non riesco proprio a recepir,così appena fatta
colazione la saluto e mi vado a preparare per la scuola.
 Oggi sarà il mio primo giorno in una nuova scuola costruita da poco fuori paese . Tutte le mattine sono in
ritardo e rischio sempre di perdere l’autobus e questa mattina non è diversa da tutte le altre, corro a
suonare ad Ace che è , come mi aspettavo, più indietro di me. Ace mi guarda con lo sguardo assonnato e
biascica qualcosa che assomigliava ad un ͞Emm…chem c’è mmh?͟ alzo gli occhi al cielo e lo afferro per un
braccio e comincio a trascinarlo fino alla fermata dell’autobus:
͞Si può sapere perché hai la sveglia se non ti serve a niente??͟gli chiedo io con il fiatone.
͞Si può sapere perché non mi hai dato neanche il tempo per vestirmi?͟ ribatte infastidito indicando il
pigiama che ancora indossa.
͞Non è la prima volta che ti succede mi sembra!?͟ gli dissi con aria di sfida
͞Ancora con questa storia! E’ successo una volta sola e poi…͟ l’arrivo dell’autobus interrompe il nostro
innocente battibecco così saliamo e ci sediamo nei posti vicino all’uscita.
Vivo in una casa in un paesino sperduto e accanto a casa mia c’è un bosco bellissimo e misterioso così
affascinante che io e Ace da bambini ci passavamo le giornate, noi lo vedevamo come un posto magico.
Non molti anni fa però hanno vietato l’ingresso all’interno del bosco perché erano successe delle cose
molto strane infatti gli abitanti del villaggio erano così spaventati che hanno deciso di vietare l’ingresso.
Arrivata nella nuova scuola saluto Ace e mi guardo intorno cercando la mia classe quando la trovo sono già
le otto e quindici così entro già cercando una scusa valida per aver ritardato il primo giorno di scuola ma
quando entro la prof ancora non è arrivata e sollevata mi siedo vicino alla mia amica Maia che mi saluta
esuberante:
͞Ehy, Ashley strano oggi sei arrivata prima della prof !͟
͞Si strano infatti…ho dovuto trascinare a scuola Ace in pigiama per riuscirci͟
͞fallo più spesso allora͟ dice divertita.
La prof entra dalla porta e la lezione ha inizio, dopo un po’ che ascolto mi stanco e mi metto a disegnare.
Ad un certo punto la prof mi strappa il foglio di mano e guarda con disgusto il drago disegnato si volta verso
di me e comincia a lanciarmi guardi di fuoco dicendo:
͞In questa lezione e in tutta la scuola è vietatissimo disegnare o riprodurre in alcun modo qualcosa che
ricorda le grandi fazioni ͟
Io la guardo confusa e dico:
͞Le cosa??͟
E la prof con uno sguardo strano si riprende subito dicendo:
͞Niente niente, ascolta e non disegnare ͞


Io ancora più perplessa alla fine delle lezioni torno a casa passando senza rendermene conto in mezzo al
bosco dopo un po’ che cammino sento un fruscio provenire da un albero alzo lo sguardo e vedo una chioma
di capelli bianchi sparire dietro un ramo così incuriosita mi avvicino con un bastonetrovato a terra e
comincio a muoverlo in mezzo ai rami. All’improvviso si sente un ramo spezzarsi e una ragazza, almeno così
sembra, precipita dall’albero sotto ai miei piedi.
Mi chino per guardarla lei si scosta dal viso i lunghi capelli argentati e si volta verso di me appena vedo il
suo viso mi allontano velocemente terrorizzata.
Ha degli occhi vitrei privi di pupille il viso di un colore bianco perlaceo tendente al verde e ad un lato della
bocca spuntava appena un canino affilato, lei continua ad avvicinarsi ed io ad allontanarmi terrorizzata. Ad
un certo punto lei inclina la testa e dice quasi divertita:
͞Non è molto piacevole sentir urlare appena qualcuno ti guarda sai? E poi non è buona educazione se pensi
che non sono bella puoi anche tenertelo per te͟
͞C-cc-chi sei? C-cc-che c-co-cosa vuoi d-da me?͟ dico tremante.
͞Ehy tranquilla non ti faccio niente sono qui per spiegarti alcune cose mi chiamo Kanta ͞
͞Cosa devi dirmi?͟ dico un po’ più tranquilla.
Kanta così mi comincia a raccontare milioni di assurde storie che parlano delle grandi fazioni ormai non più
esistenti abitate da una specie di persone fantastiche e che lei proteggeva il libro delle leggende che
persone come la mia professoressa volevano distruggere per cancellare totalmente il ricordo di quelle
fazioni.
Mi spiega che in mezzo al bosco anni prima c’erano stati dei conflitti contro la gente che voleva distruggere
il libro e di questo se ne sono accorti anche gli umani però non riuscivano a spiegarsi il motivo di quei fatti.
Dice che ogni guardiano protegge la parte di libro che contiene la storia della propria fazione, come lei per
esempio protegge la parte della fazione delle Ninfe e delle Sirene, solo che mancava un ultimo guardiano
quello della fazione delle Donne-drago fazione che a differenza delle altre si credeva che estinta
totalmente.
͞Ashley penso che il guardiano mancante sei tu ti ho osservato per parecchio tempo ed oggi ne ho avuto la
conferma quando ho visto il tuo disegno ma soprattutto quando ho visto che il tuo colore degli occhi
cambiava mentre la professoressa di sgridava͟
͞Cosa? Il colore dei miei occhi?͟
͞Si ho notato che il tuo colore degli occhi cambia in base alle emozioni, non ti è mai successo prima perché
se no qualcuno se ne sarebbe accorto e fortunatamente oggi avevi a testa bassa e nessuno ti ha vista negli
occhi in quel momento͟
Io la guardo negli occhi vitrei ancora un po’ sospettosa e gli chiedo:
͞Non mi stai prendendo in giro vero?͟
Kanta mi guarda ad occhi spalancati e dice una sola cosa che mi convince che non sta mentendo:
͞Ma mi hai vista! Ti sembra un costume di carnevale questo!? Ti sembro una ragazza normale!?
Mi sono resa conto solo in quel momento che la mia vita stava per cambiare radicalmente e che dovevo
seguireKanta e imparare a fare il guardiano e come Kanta mi aveva detto e ridetto non avevo scelta non
potevo continuare la mia vita normale, era un mio dovere a cui non potevo sfuggire. Con tutto il coraggio

che ho in corpo mi dirigo verso casa la guardo per l’ultima volta poi mi giro verso Kanta prendo il telefono e
lascio un messaggio ai miei genitori con scritte scuse non abbastanza valide per spiegare la mia improvvisa
sparizione. Però io sapevo di doverlo fare non potevo non farlo dovevo essere la guardiana della fazione
delle Donne-drago o almeno dovevo provarci.

BOLLE DI SAPONE di L. Montenovo

In quel momento Max entrò nella stanza, che somigliava più alla stanza di un carcere che
a quella di un ospedale. Dovette fermarsi più volte sull’uscio della camera per convincersi
ad entrare senza piangere. Non ci credeva ancora, non voleva crederci, eppure erano
passati già parecchi giorni. Quella bimba che correva senza pensieri nel vialetto di casa,
quel sorriso capace di sciogliere anche i nazisti, quegli occhioni azzurri a cui non si poteva
negare nulla, quella ragazzina con la quale non potevi avere una conversazione senza
che ti correggesse almeno un paio di volte sulla struttura della frase o la correttezza
grammaticale, adesso era… Pochi secondi dopo gli squillò il telefono, facendolo
sobbalzare poiché era convinto di averlo spento: -Papà…ciao…no, qui veramente sono le
due di pomeriggio…si può sapere quando diavolo torni? Sono stufo della storia del
contrattempo, lo siamo tutti. Non puoi spiegare ai tuoi cari superiori la faccenda…non gli
puoi dire che è un’emergenza e che è urgente che tu torni subito a casa!??...c’è niente
più importante di tua figlia? ... sì, certo… ormai sono nove giorni che è entrata in coma… i
medici dicono che può svegliarsi da un momento all’altro, ma che potrebbe anche entrare
in coma profondo…perché non si sveglia?? Che cosa ha fatto di male questa creatura? …
no… se tu fossi qui lo sapresti…non avremmo mai dovuto lasciare che si allontanasse da
sola l’altro giorno… era triste, piangeva… ma non avrei mai pensato che arrivasse a
tanto…è tornata su quella strada…no, ho parlato col commissario ieri. Ha detto che è
stato un incidente, c’erano testimoni, si è sporta troppo dal ciglio della strada ed è
scivolata…lo so che non ce l’hai con noi... ma avremmo dovuto starci più attenti…sì, va
bene…ti chiamo più tardi…ma tu cerca di sbrigarti…- Chiuse la telefonata e lanciò il
telefono sulla poltrona vicino al letto. Prese la mano della sorellina. Quella manina che
aveva stretto tante volte mentre la accompagnava a scuola, e adesso si pentiva
amaramente di non averle detto più volte quanto voleva bene a quel piccolo terremoto
che gli aveva reso la vita un po’ più dolce…
Silenzio. Sembra tutto così semplice. O forse no. Quando rimani sola con i tuoi pensieri
c’è sempre il rischio che loro ti assordino. Eppure da quel giorno il silenzio mi terrorizza.
Ho sempre paura di sentire la sua voce, eppure vivo col terrore di dimenticarmi il suo
viso. I miei mi hanno dato un nome che adoro, Gioia, ispira serenità e spensieratezza,
voglia di vivere. Non è che io non abbia una vita serena o che non sia felice, anzi. I miei
amici hanno sempre detto che quando arrivo io nella stanza entra un raggio di sole. Che
cosa vogliano dire per esattezza non l’ho mai capito, ma mi adeguerò. Nella vita me la
sono sempre dovuta cavare da sola, i miei genitori non sono mai stati due figure così
presenti. Per inciso: non lo sono state quasi mai. Eravamo felici, fino a quella maledetta
notte. Eppure non mi sono mai sentita sola, anche grazie ai miei fratelli. Mi sono sempre
rimasti accanto. Sempre capaci di ridarmi il sorriso. Due caratteri completamente opposti,
anche per questo li adoro. Max ormai ha diciannove anni, con lui ho sempre litigato,
anche se in modo amorevole. Abbiamo un rapporto strano. Lui mi decapita le bambole e
io gli riduco a brandelli le ricerche per la scuola. Ma alla fine ci riappacifichiamo sempre. A
modo suo lui si prende cura di me. E poi c’è Fede, tra noi tre è sicuramente quello più
responsabile, anche se vive con i suoi perenni venti minuti di ritardo. Ventiquattro anni,
credo che abbia lui la mia custodia legale. Il che non mi dispiace, ma non è sempre stato
piacevole, soprattutto a scuola, quando tutti facevano il regalo alla mamma o al papà, io i
miei li recapitavo tutti a lui, finché dopo qualche anno ho smesso di andare a scuola in
quei giorni. Più che altro per risparmiarmi quell’agonia. Federico è sempre stato la luce
nel buio. Mi consolava quando piangevo, giocava con me quando ero sola, mi ha sempre
protetta. Anche se adesso che sono adolescente, comincia ed essere vagamente
assillante. Dove vai? Con chi sei? Quando torni? Ti vengo a prendere? Sono diventate la
mia quotidianità. E poi c’è Max che replica: -Che ti importa quando torna? Al massimo la
rapiranno gli alieni…non una gran perdita…- e mi strizza l’occhio. Entrambi hanno dovuto
crescere in fretta, per poter badare ad una ragazzina. A volte mi sento in colpa. Credo che
Federico non si sia mai goduto appieno la sua adolescenza. Avrebbe potuto andarsene,
abbandonarmi a qualche parente e scappare lontano. Non l’ha fatto. Quel bastardo di mio
padre alla prima occasione se l’è filata, tornando a fare l’eroe all’estero, lontano dai suoi
figli e dal suo passato. È un militare nell’esercito, credo maggiore, o forse colonnello. Si
trova molto spesso fuori dalla nazione, il più delle volte si tratta di missioni di
intercettazione, chiusi per mesi in un sottomarino da qualche parte sulle coste occidentali
dell’America. L’ultima volta che l’ho visto…credo…tre anni fa. Anche se grazie a lui non
viviamo come dei barboni sotto un ponte, ma godiamo di una qual certa stabilità
economica grazie ai soldi che ci manda, avrei preferito mille volte vivere in una baracca
ma avercelo accanto, che vivere in una villa con lui che fa il salvatore a due oceani di
distanza. Per quanto io posso avercela con lui per averci lasciati, non riesco ad odiarlo. È
pur sempre mio padre. E non credo che sia colpa sua se lo sbattono di qua e di là ogni
anno per svolgere missioni diverse. Ricordo l’anno scorso. C’era una festa per gli ufficiali
dell’esercito e le loro figlie e lui aveva promesso che mi ci avrebbe portato. Inutile dire
che non si è mai presentato. C’è stato un problema in non so quale paese e non si è
potuto muovere da dov’era. Credo di essermi esaurita la riserva di lacrime quella sera. I
miei fratelli hanno provato a convincermi che mi avrebbero accompagnato loro a quella
festa. Non ne ho voluto sapere. Non mi sarei più mossa da quel divano restando ad
aspettarlo col mio vestito azzurro. Mi avrebbe trovata lì quando sarebbe tornato. Solo
poche ore dopo ho capito che era un ragionamento infantile. Se volevo pensare da persona matura avrei dovuto togliermi quel vestito e passare alla fase successiva:
l’accettazione. E così feci. Aspetto tutt’ora, cercando di non godere troppo di quei non
pochi soldi che ci arrivano a fine mese. Non ho mai capito se a scuola io sia una ragazza
piuttosto ricercata per l’aspetto, la personalità o per i soldi. Forse per tutti e tre. Non mi
voglio nascondere dietro a un dito e non sono una di quelle che dicono di essere brutte
solo per farsi conoscere. Non mi giudico bruttina, tutt’altro. Lei era bellissima. Gli occhi li
ho presi da lei, qualcuno dice anche il sorriso. I capelli invece li ho presi da papà, e così io
ho lunghi capelli mori e due grandi occhi azzurri. Dicono che chi mi guarda per la prima
volta rimanga di sasso solo a fissarmi negli occhi. Non l’ho mai detta a nessuno questa
cosa (detta fra l’altro dalla mia migliore amica che ha anche lei due occhioni verdi niente
male), non mi piace vantarmi. Da lei dovrei anche aver preso la passione per la filosofia e
la letteratura. Adoro la scuola che ho scelto. Adoro le materie, le attività, i professori, gli
amici. Studiare mi è sempre piaciuto molto. Fa riflettere sugli avvenimenti passati e futuri,
e aiuta a non pensare. O almeno, quando tengo la testa dentro un grosso libro di storia,
penso di meno. I miei compagni si lamentano sempre dei troppi compiti e delle pile di
verifiche da consegnare. Mi chiedono come mai io sia così rilassata durante i periodi
scolastici più intensi e si chiedono come faccio da essere più a mio agio in classe che a
casa mia. Semplice: in classe ho mille cose a cui pensare, fra compiti, interrogazioni,
chiacchiere e risate passo momenti più che sereni. A casa invece spesso regna la pace e
il silenzio, e tutto mi ricorda lei. Ho degli amici fantastici. Sono in buoni rapporti
praticamente con tutta la scuola, anche se quel gruppetto di sei o sette fra ragazzi e
ragazze conosciuti alle medie resta la miglior compagnia di sempre con cui passare il
tempo. Piangiamo, ridiamo, ci lamentiamo, scherziamo, tutto nel medesimo momento.
Sempre insieme, mai da soli. Eppure adesso sono da sola, non c’è nessuno con me da
ormai qualche settimana, o almeno credo. Ma basta con questi pensieri smielati da
tredicenne altrimenti sembrerà uno degli episodi di High School Musical. Incredibile:
riesco a correggermi da sola anche nei miei stessi pensieri. Da piccola quando facevo il
bagno nella vasca ero innamorata delle bolle di sapone che salivano e poi scoppiavano
senza lasciare traccia, Max ha sempre messo troppo sapone nella mia vasca. Credo che
sperasse di vedermi scomparire tra la schiuma. Quanto amore…anche da piccoli ci
auguravamo la morte a vicenda. Ora che ho sedici anni quest’immagine della bolle mi è
rimasta in testa. Ogni cosa che vedo la ricollego a questo concetto: sia cose concrete che
concetti compaiono e poi se ne vanno senza lasciare traccia, anche i pensieri. Credo che
il troppo studio mi stia uccidendo. Contento, Max? Ripensavo alle giornate trascorse come
le bolle, o meglio nelle bolle. Ma in questo caso è diverso, perché queste lasciano un
segno che non se ne andrà tanto facilmente: i ricordi. I ricordi sono la cosa più bella che
abbiamo. Anche se a volte sono solo dolore, persone o cose non più accanto a noi
rimangono vive solo nei ricordi. Mi metto anche a fare la filosofa adesso? Grandioso…
Quel giorno passato tutti insieme alla villa al mare…chi se lo scorda più? Fede aveva fatto
i salti mortali per convincere la zia a prestarci quella casa. Quanto la adoro… è immensa,
ha un giardino gigantesco con tanto di piscina, e la zia ha un ottimo gusto in fatto di
interni. Le stanze sembrano quelle di una reggia. –Massimo cinque persone a testa!!-
aveva detto zio, o meglio, l’aveva urlato. Fede i suoi amici, Max i suoi e io i miei. Saremo
state una ventina di persone che non hanno fatto altro ce correre su e giù per il giardino
della villa. Fra musica, tuffi in piscina, scherzi, cibo, risate e tanta spensieratezza, quella è
stata una delle migliori giornate della mia vita. Fantastico ricordare gli amici di Max che ci
provavano ininterrottamente con me e la mia amica e Fede che li guardava come se
volesse spaccargli la faccia uno ad uno. È bello avere una persona che ti difende. Mi
sento in colpa. Il fatto che io trascorra delle giornate serene non vuol dire che ti abbia
dimenticato…hai capito!? Penso a te ogni giorno, e non c’è cosa che mi circondi che non
mi faccia pensare a te, al tuo sorriso, alla tua pazienza, alla tua bontà, all’amore che mi
hai donato. Sono passati dieci anni. E io sogno quella maledetta sera ogni volta che
appoggio la testa sul cuscino. Mi hanno proposto psicologi, per superare… non si supera
una cosa del genere, io non voglio superare. Dopo un paio di sedute ho deciso che per
me era finita lì. Non sono pazza. E sono certa che tu non avresti mai voluto che io restassi
lì tre volte a settimana sentendo parlare questo tizio (non mi viene neanche da chiamarlo
psicologo) che mi tratta come se fossi la persona più messa male dell’universo, che mi
parla con compassione e comprensione. Non me ne faccio niente della sua comprensione.
E so anche che tu non vuoi che io pensi che è colpa mia. Invece è così. È colpa mia se tu
non ci se più. Dico a tutti che non ricordo invece io ho impressa in mente l’immagine di
ogni singolo istante di quelle due ore che sono state le più lunghe della mia vita. Pioveva,
pioveva forte, stavamo tornando a casa, io e te. Ridevamo, mi avevi promesso un pezzo
di cioccolata appena saremmo tornate a casa, dopo che io te lo avevo incessantemente
chiesto. Una macchina davanti a noi sbandando è finita sulla nostra corsia. Tu per evitarla
sei finita fuori strada. Buio. La voce di pompieri e paramedici ha rotto il silenzio.
Quell’uomo, credo fosse un paramedico, tu eri ancora viva, avrebbe dovuto salvare te
non me. Avrebbe dovuto lascarmi lì. Ha preferito salvare quella bimba di sei anni che
adesso vive con una grossa cicatrice sul ginocchio sinistro e tanti sensi di colpa. Non ci
sono mai più tornata su quella curva maledetta. O forse sì, non ricordo bene. Mamma mi
manchi…mamma perdonami…