giovedì 19 gennaio 2017

Sotto il velo

C'era anche nei matrimoni greci. Lì il compito di "togliere le nubi", di svelare la sposa, era del marito. Al contrario per i Romani prendere in moglie una ragazza si diceva "mettere le nubi", nubere; il velo da sposa era di un rosso vivace che ricordava il colore del fuoco: in latino veniva chiamato flammeum.
Il velo nero, invece, era anche virile. Con un velo nero si presentò Priamo ad Achille e con il capo velato si faceva ritrarre in qualità di Pontefice Massimo l'imperatore Augusto.
Il velo anche oggi è un oggetto che reca con sé un paradosso, un'ambiguità una contraddizione: è leggero, ma ha pesanti significati, copre ma è trasparente, dovrebbe tenere a bada gli sguardi , ma li attira, dovrebbe frenare il desiderio, ma lo suscita. 
Più o meno con queste parole, a Gubbio, nell'ottobre scorso, Maria G. Muzzarelli iniziava uno degli interventi più applauditi del Festival del Medioevo 2016. Si chiamava proprio così:"Sotto il velo".

La processione della Desolata a Canosa di Puglia da Iodonna.it

Uomini di qua donne di là
e tutte col velo quando parla
Bernardino da Siena
Che non sia una storia musulmana lo sappiamo perché fino agli anni '80 le nonne non uscivano mai di casa "in capello", ma sempre "in fazzoletto" e anche oggi, che di nonne così non se ne vedono più da un pezzo, quando qualcuno, magari intorno a un fuoco, improvvisa una scenetta e si traveste da donna, come primo segno caratterizzante, si copre la testa con un velo.
La storia del velo in Occidente possiamo farla cominciare con San Paolo che considerava la modestia delle donne cristiane una ragione in più per scegliere la nuova religione. Due secoli dopo nei suoi trattati e in particolare nel De virginibus velandis Tertulliano intimava alle donne "copritevi sempre, soprattutto se siete belle." (Se siete brutte potete fare anche come vi pare). Il capo coperto era ormai prerogativa delle donne sposate, era la divisa delle religiose e ogni vedova era tenuta a portare il velo del lutto. Qualcosa nella moda cambia a partire dal Trecento.
Lo sappiamo perché in questo periodo un po' tutte le città italiane, compresa Ancona, si dotano di leggi suntuarie che puniscono il lusso eccessivo e nelle prediche-show dei vari San Bernardino da Siena l'eleganza degli abiti e gli inganni dei trucchi sono spesso l'argomento più atteso.

Tutte le donne dovevano andare velate (non le prostitute, loro erano più professionali a capelli sciolti), ma c'è velo e velo. Alcuni veli, come quelli dipinti da Filippino Lippi non sono certo mortificanti, danno piuttosto l'idea di Grazia.
Non a caso l'ideazione e la realizzazione dei veli più chic era spesso interamente delle donne. Abbiamo notizie di società manifatturiere completamente femminili specializzate nella produzione e nella commercializzazione di questi capi. E con il tempo i modelli si fanno sempre più preziosi e sempre meno coprenti
I veli erano costosi (pensate che serviva un intero mese di lavoro di una serva per produrne uno) ed erano anche belli.
Le cuffie poi erano anche più lussuose, e più che a coprire servivano ad attirare gli sguardi.
A guardarli adesso i Balzi che andavano tanto di moda nel XV secolo la modestia non sembrano ispirarla proprio. Erano una sorta di turbante dalla foggia oblunga. Grazie ad un’armatura interna di giunco, rivestita di tessuto, capelli posticci, seta, decorata con nastri e trecce, Il balzo, spesso accoppiato a calzature alte fino a 50 cm, poteva avere dimensioni notevoli allo scopo di allungare la figura, dava risalto al capo, ampliava una fronte già artificialmente alta grazie alla rasatura dei capelli.
Con buona pace delle intimazioni dei predicatori "Mettetevi i balzi e d'un balzo vi troverete al Ninferno". E' così che veli i veli, declinati in velette, balzi, cuffie e in copricapi di ogni foggia e misura, hanno lentamente perso in occidente il loro significato misogino, «Il linguaggio della moda - scrive la M.G. Muzzarelli - rende palese il paradosso del nascondere per attrarre sguardi vanificando buona parte del suo potenziale misogino». Ma è solo dopo quel radicale cambiamento dei costumi che si ebbe tra i tardi Anni Sessanta e primi Anni Settanta che davvero essi andarono a sparire. Parliamo dell'altroieri, eppure quei pochi veli che vediamo in giro, tutti di "importazione" straniera, ci sembrano inspiegabili e un po' inquietanti. 

 



Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Quale sarà la strada più giusta da intraprendere? Quella laica della Francia che sceglie di proibire un capo d'abbigliamento considerandolo un segno di oppressione, o quello di Dolce&Gabbana, di H&M, di un numero sempre maggiore di griffe che dedicano collezioni al mondo islamico. pensano tessuti, disegnano ricami e intarsi che rendono decisamente più modaioli gli hijab? Ricalcando il percorso che in Occidente, attraverso le mirabolanti variazioni della moda, ha trasfigurato il velo nel fazzoletto della (bis)nonna e  foulard di seta di Audrey Hepburn.
Per saperne di più leggetevi il libro di Maria Giuseppina Muzzarelli A capo coperto (Il Mulino , 2016), ma anche qualcuno di quelli più vecchi come Gli inganni delle apparenze, Guradaroba medievale sono un bel cominciare una libreria.




 


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