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RISING SUN (Ultima ora) di B.Rubegni


"Aspetta... come faceva? Qualcosa con boy e New Orleans..."

Prima che succedesse tutto quel casino con quei due frocetti, la principale occupazione di Simone, a scuola, era aspettare la campanella finale. Quello squillo di tre secondi, che squartava la noia di una manciata di ore e la faceva dissolvere nell'aria consumata dell'aula, era l'unica ragione di vita di Simone. Non ne aveva praticamente maturata altra, in diciassette anni di vita, o almeno così riteneva.

Anche quella mattina di aprile, quella mattina di aprile blu e fredda come un altro milione di mattine di aprile, Simone era schizzato via dal suo banco nell'ultima fila, troppo basso per quel fisico da manico di scopa, con quella falcata ampia e disordinata, per uscire a respirare i soliti otto gradi delle mattine di inizio primavera, in quel buco di città. La campanella dell'intervallo non era bella come quella dell'ultima ora, ma era comunque un delizioso antipasto di libertà, cinque minuti di testa all'aria tra cinque ore di immersione profonda nel mare invernale.

L'intervallo di Simone, di solito, era fumare al cancello, con due suoi amici silenziosi quanto lui. Fumare, grandi boccate di tabacco nel fresco pungente delle undici del mattino, il ruvido in gola.

Quella mattina di aprile, però, c'era anche Silvia. Una tipetta di primo, tettine piccole, sguardo da coniglio impaurito. Simone non sapeva ancora come fosse potuto succedere. Era stata un'idea di Marchetto."Ma se andiamo ai giardinetti qui davanti?". Silvia era in ritardo per inglese, ma aveva acconsentito. Un'uscita con quelli di quarto. Il cortile era deserto, l'intervallo era finito da un pezzo. Avrebbero fatto presto, no? La Montesi non se ne sarebbe neanche accorta. 

"Che cazzone, Marchetto", sorride Simone, con il sole di giugno sulle palpebre.

Ai giardini Silvia si era fatta baciare da Simone. Seduti per terra, accanto all'edicola vecchia, in mezzo alle cagate dei cani. Marchetto e Sergej, che fumavano sull'albero dall'altra parte del laghetto, erano accorsi correndo e ridendo come due coglioni. Marchetto, ansimando, aveva fatto: e per noi niente? Silvia rideva, imbarazzata. Simone, guardando Silvia, così piccola, tremare, sentiva un qualcosa di duro e nero e viscido salirgli in gola. Un qualcosa che gli faceva pompare il sangue a mille.

Simone deglutisce, con il viso di Silvia nella testa. L'eco di un clacson per strada, di sotto.

Avevano cominciato a toccare Silvia. Davanti, dietro, sopra. Lei cercava di stare al gioco. 

Poi Marchetto le aveva tirato giù i jeans.

Quella cosa nera era esplosa nella testa di Simone, e si era impossessata di ogni angolo del suo corpo in un nanosecondo. Silvia era a pancia sotto, con la faccia schiacciata nel muschio umido del terriccio, e mugolava sommessamente. 

Una volta finito, l'avevano lasciata lì. Avevano preso i motorini nel cortile, avevano diviso un kebab del pakistano all'angolo ed erano tornati a casa di Simone. La madre aveva il turno mattutino all'ufficio postale. 

Simone era vissuto nelle cinquanta ore successive nelle condizioni più penose, chiuso a chiave in camera sua. Fino a quando la preside non aveva chiamato a casa per la convocazione in commissariato. Un suono di campanella che l'aveva risvegliato da due giorni di pura sofferenza.

Ed ora era lì, seduto sotto al sole, sulla gigantesca terrazza di cemento sul tetto della scuola, con i Rayban ben calcati sul naso aquilino e una Peroni calda stretta nel pugno. A gambe incrociate.

Stupro aggravato. Un anno in una cella al minorile, e altri undici con gli adulti, nella prigione quella vera. Il processo era stato uno schiocco di dita. Marchetto e Sergej avevano accusato lui di tutto, e si erano beccati solo sei anni. Con la condizionale. In un'altra galera. A novantasei chilometri dalla sua.

"Infami fino all'ultimo", rimuginava Simone, con lo sguardo perso nei tetti di periferia.

Quel mattino era l'ultimo giorno del quarto anno di liceo di Simone, e anche l'ultimo suo giorno di libertà per i successivi dodici anni. L'udienza definitiva era alle undici del giorno dopo. Meno di venti ore da quella frase con cui un vecchiaccio del cazzo che vedeva per la prima volta in vita sua avrebbe cancellato la sua esistenza. 

Non c'era una nuvola in cielo. Doveva essere almeno mezzogiorno e tre quarti, pensava Simone, alzandosi ed andandosi ad appoggiare con i gomiti sulla ringhiera verdastra della terrazza.

Quella mattina Simone si era alzato alle sei, con i lampioni ancora accesi, ed era andato a scuola. Aveva scavalcato il muretto del cortile, e si era arrampicato sul pino che poggiava sul tetto spiovente della palestra. Si era seduto in mezzo alla terrazza, sotto il sole che sorgeva, pensando a tutto quello a cui non aveva mai pensato prima, pensando a quella mattina di aprile, per otto ore. Da scuola lo avevano espulso due giorni dopo quel mattino di aprile. In teoria era in libertà vigilata, o qualcosa del genere, ma ora non era importante.

Quella mattina si era anche svegliato con una vecchia canzone blues in testa che sentiva sempre il sabato sera al pub sotto casa con Marchetto e Sergej. Una vecchissima, con un ritornello tutto fiati. Non si ricordava le parole precise in inglese, ma parlava di un tizio che perde la testa a forza di andare a mignotte, e che poi prende un treno per tornare a buttare via la vita al bordello. Ma che ragionamenti erano? Si scappa, si scappa sempre, perché fai sempre qualcosa di sbagliato. "Magari potessi, proprio adesso...", pensava Simone sorseggiando la Peroni. "Ma chi mi vorrebbe? Sono un pazzo, uno psicopatico, dai. Non c'è un posto per me", continuò, chiedendosi anche come fosse possibile che, di tutto quello a cui poteva pensare in una situazione del genere, proprio quella canzone che aveva sentito una volta o due.

Guardò di sotto. Il cortile pieno di macchine, l'asfalto nero, l'ombra dei pini. Sentì un buco nel petto. Il motorino tutte le mattine, i caffè alle macchinette, i bidelli, i prof. Si sconvolse nel sentire dentro di sé che avrebbe dato un braccio per poter tornare a scuola il giorno dopo, salutare la mamma al ritorno, sedersi con lei a tavola davanti al telegiornale, sentirsi chiedere di verifiche e interrogazioni con quello sguardo apprensivo, e ricevere sempre e comunque una carezza, o un abbraccio, perché farai meglio la prossima volta, dai, hai capito il tuo errore?. Per poter allungare quell'ultima ora di scuola, appoggiato sul parapetto sotto il sole, di qualche millennio. Iniziò semplicemente a piangere sulla ruggine della ringhiera. Pianse Silvia, pianse la madre che dormiva sul divano imbottita di merdocchio chimico, pianse le udienze infinite dei due mesi precedenti, pianse tutto quello che pensava, pianse il nastro del ricordo di quella giornata di aprile che aveva appena rivisto intero l'ultima volta. Nel sale delle lacrime sentì sciogliersi quel nero che aveva sommerso il suo sangue e il suo cervello, e si sentì meglio.

"There's a house in New Orleans... They call the Rising Sun!" 

Faceva così. La cantò sommessamente, seduto sulla ringhiera, con le sopracciglia aggrottate nello sforzo di ricordare le parole. 

Aveva appena chiuso le labbra, quando la campanella dell'una gli esplose nelle orecchie. Simone sorrise, con il vento nei lunghi capelli lisci, e si mise in piedi sulla ringhiera. Di sotto lo sciame di adolescenti che già si precipitava di fuori, nel sole di giugno. 

"And, God, I know I'm one".

Cantò l'ultima parola, fece un breve inchino e, giusto in tempo per la campanella dell'ultima ora, fece un ultimo passo in avanti, nel vuoto.



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