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AURORA di M. Turchetti

Impennando, salutò la scuola con un ͞addio͟ futile e poco veritiero. La moto rombava, le ruote 
cigolavano sotto l’asfalto nero e lucido di quella giornata d’aprile. Dagli specchietti non era visibile nient’altro se non l’immagine scura del suo chiodo. Era così che si faceva riconoscere, era così che
lo conoscevano tutti: infatti, Mario portava sempre quell’indumento, un rivestimento impermeabile,un solido scudo … e un modo per proteggersi dal freddo, visto che a scuola vi era un meccanismo di riscaldamento così moderno, così all’avanguardia, da non esistere. Per il resto, come lo scudo di Achille nell’Iliade, costruito sulla base di un modello geometrico-matematico, parlava da solo del suo guerriero, così desiderava che il suo chiodo potesse narrare di lui, operlomeno lasciare una sua traccia.
Mario era un tipo riservato, non amava le chiacchiere, se per queste si intendono quelle alle spalle, quelle che un giorno in pochi conoscono, e che il giorno dopo pullulano nella scuola e debordano fuori dalle classi, ingombrando anche i corridoi.Per molti era un scoglionato, e in effetti era ciò che comunicava all’apparenza. Ma se con ͞scoglionato͟ si intende anche svogliato e poco motivato, come del resto sembravano essere parecchi suoi coetanei e amici, dall’aria preventivamente consumata di chi sa di dover buttare cinque ore preziose del giorno lì a scuola, beh, questo proprio no. Certo, studiare non era una cosa che lo faceva impazzire tanto quanto girare per le strade di Torino in groppa alla sua due ruote scassata e ruggente, ma gli piaceva ascoltare durante le lezioni, si divertiva nello scoprire le numerose similitudini con gli argomenti scolastici che individuava nella vita di tutti i giorni. E l’ascoltare costituiva in lui un grande pregio, nonché un tratto distintivo del suo carattere: per quanto non ne fosse del tutto consapevole, sapeva dare dei buoni consigli, ascoltando ciò che i suoi amici più stetti gli raccontavano. Il divario di argomenti era chiaramente ampio: litigi, separazioni in via di sviluppo tra i genitori, tradimenti con altre, ma anche figure di merda, brutti voti a scuola, lievi depressioni risolte ammazzandosi di cibo; che il problema fosse piccolo o grande, che andasse preso con le pinze o a mani nude, di fatto Mario aveva nei suoi confronti un atteggiamento serio, psichiatrico, quasi pesante a volte, ma fermo e risolutivo.
Finite le lezioni anche quel giovedì, dopo due interminabili ore di versione di latino, mentre i suoi compagni si confrontavano le traduzioni e proponevano un salto al sushi-bar, un modo comodo per dimenticare la mattinata appena trascorsa tra pesce crudo e ciotole di miso, Mario, incurante di tutto e riluttante al solo pensiero di un all-you-can-eat a base di solo sushi, si stava già dirigendo verso il parcheggio. Tastando appena le tasche dei jeans, però, si accorse di non aver con sé le chiavi della moto. Tornando in classe con aria calma, convinto di averle lasciate sotto il banco, non le trovò. Dopo aver chiesto ai bidelli, i quali negarono nettamente, strafottenti (ma dove sono finiti i bidelli dolci e compassionevoli del primo ?!), cominciò a girare per tutte le aule, ripercorrendo più e più volte le stesse rampe di scale. Dov’era quell’ingorgo di studenti caotico e turbolento, ma al contempo familiare e rassicurate?? La scuola era davvero così grande?? Mario si sorprese nel pensare alla possibilità che ci fossero aule nascoste e piani inesplorati; e mentre ispezionava per l’ennesima volta il primo piano, sentì un rumore proveniente dalla aula di informatica … ma, da quando avevano un’aula di informatica?? Cioè, nei tre anni in cui frequentava quell’istituto, non aveva mai visto quella cavolo di targhetta apposta accanto a quella porta?? Sporgendo la testa all'interno, incrociò una sagoma giunonica, che gli dava le spalle: gli skinnyle fasciavano le gambe, enfatizzando il bacino morbido, nonostante i fianchi fossero piuttosto stretti; le vans basse le stavano bene, e di certo scarpe più alte non le sarebbero servite a nulla, essendo già alta e piuttosto slanciata. Indossava una maglietta color senape, e all’attaccatura dei capelli, cortissimi e color mandorla, aveva un piccolo tatuaggio. Alzando appena lo sguardo verso la finestra, dopo aver staccato le labbra minute dal flauto, si girò di scatto verso Mario; gli occhiali le rendevano gli occhi piccoli e poco visibili, ma Mario già fantasticava su una sfumatura verdognola. Anzi, quasi ci sperava: i lineamenti minuti erano compensati da un piccolo piercing al naso e da un paio di ciglia lunghissime. – Ti serve qualcosa? – chiese lei, accennando un lieve sorriso. Aveva una voce carezzevole, ma decisa, cosa che fece sbandare Mario più di quanto già non lo facesse la sua stessa moto, quando la riaccendeva dopo averla rimessa in sesto. Ma a quanto parve, il momento in trance durò molto più di quanto non sembrasse, dal momento che la ragazza, non ricevendo risposta, si era già rigirata e stava riordinando gli spartiti, pronta a riprendere da dove si era interrotta. Notò, stavolta più nitidamente, il tatuaggio: una piccola coda di pesce che le usciva dal colletto della maglia. Avrebbe dovuto ricordarselo.
Mentre continuava a vagare vanamente per i corridoi, sentendo il suono del flauto risuonare in lontananza, fu pervaso violentemente dalla malinconia. Ogni tanto gli capitava, quando pensava ai suoi genitori; nonostante infatti si fosse ormai ragionevolmente arreso al solo pensiero di rivederli prima della fine di marzo, come loro avevano promesso, desiderava la loro presenza, anche se non lo dava a vedere. In questi momenti, solitamente, trovava il modo di incastrarsi nelle strade affollate di Torino, in direzione di Borgo Aurora. La zona era piccola, forse un po’ randagia, ma a Mario non interessava; lui veniva lì per Cami. Camilla Terilli, detta CamiTi, era una sua lontana cugina, figlia del cugino della madre di Mario; la sua precaria situazione scolastica le aveva permesso di trovare, alla tenera età di vent’anni, un lavoro instabile in un chiosco in uno dei quartieri più malfamati della zona. Il chiosco vendeva di tutto, ma non fruttava poi così tanto e, non appena il proprietario si assentava per una mezz’ora, Cami ne approfittava e si faceva portare via da Mario e dalla sua moto, lasciando lì i debiti soffocanti e la vita monotona di quartiere. Quella compagnia stravagante e colorata non permetteva Mario di liberarsi dei suoi pensieri 
definitivamente, ma era un ottimo modo per distrarsi. Voleva bene alla cugina, che considerava quasi più un’amica, e sapere che c’era qualcun’altro messo male, o peggio di lui, lo rassicurava immensamente. assegnato, stava per uscire dal cancello della scuola, pronto ad incamminarsi a piedi verso casa, quando si ricordò che stamattina, per aiutare Fill a portare il contrabbasso in classe, aveva lasciato le chiavi dentro il bauletto. Erano le cinque di pomeriggio, i colori del cielo si stavano temperando di tonalità pastello, rosate e chiare, e i clacson delle macchine, animati e misti all’aria trafficata, si sentivano fin lassù.

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