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INTO THE MIND di C.Serafino


16 settembre 1980

“Eccomi di nuovo qui. Stesso posto, nuovo inizio.

Che poi la storia del nuovo inizio è solo una scemenza che ci raccontano sempre. Sono anni che vengo qui e le pareti sono sempre bianche e asettiche. Uno entra qui con la speranza di poter davvero cambiare e diventare qualcuno e invece mano a mano scolorisce. 

Sono diventato claustrofobico, le pareti si stringono sempre più intorno a me ogni giorno che passa e respirare mi diventa sempre più difficile. Come se non bastasse questa è l’unica scuola nei dintorni che ha delle massicce sbarre alle finestre. 

Ho bisogno di uscire, di respirare, di ferirmi gli occhi con la luce del sole e i colori della vita, ma non posso. Se qualcuno potesse ascoltare i miei pensieri magari penserebbe che non mi piace la scuola, ma il problema non è lei. 

Sono loro. 

Loro che mi danno il tormento, loro che con il bianco che si portano dietro mi perseguitano solo perché voglio restare colorato. Purtroppo in questo periodo mi sto schiarendo anch’io, anzi, sto svanendo. In tutto questo tempo sono riuscito ad affermarmi solo come studente brillante, ma mai come persona. Forse un giorno tornerò e sarò tutto quello che ora non sono. Sarò il colore che farà breccia nel bianco apatico e spento. Lo prometto a me stesso e a questo giorno, 10 settembre del 1980.”





16 novembre 1980

“Oh bene. Guarda guarda. Un po’ di colore sulla mia pelle candida.

Rosso. 

È questo che sono diventato. 

Beh due mesi fa volevo essere qualcosa che tingesse le pareti.

Ora lo faccio, o meglio, gli altri lo fanno. 

Riescono a lasciare il segno della mia presenza macchiando qualche muro di sangue, ma va bene così, per ora è un inizio.”





16 marzo 1981

“Oh eccoli. Oggi hanno deciso di prendersela con mio fratello Jack, ma lui ce la fa sempre, è forte, non è come me. 

Non so come fa ad essere così perfetto. 

Lui è esattamente quel tipo di persona disposta a rialzarti seppure è la prima ad avere le mani sporche ed insanguinate, il punto fermo che rimane sempre, la mia bussola, la mia guida. 

Non ce la faccio. Devo intervenire. Anche oggi tornerò a casa macchiato fuori, ma candido dentro.”





16 giugno 1981 

“Oggi io e Jack non ci godremo il primo giorno delle vacanze insieme, per il semplice fatto che io sono a casa e lui tre metri sotto terra. 

La polizia ha definito l’accaduto come ‘un gioco tra ragazzi finito male’, ma io so che non è così. So perfettamente che quel proiettile finito casualmente in canna non è stato sparato da lui ma bensì dalla mano di qualcun altro. Mio fratello non aveva la forza di difenderci, figuriamoci a puntare una pistola alla tempia di tutti a turno per giocare alla Roulette Russa. 

Io so che qualcuno ha le mani sporche del suo sangue e io lo troverò.

Ora sono davanti a questa scuola che lo ha visto arrivare e non lo vedrà più uscire dopo aver coronato i suoi sogni, e che non vedrà nemmeno me. Anzi, questo edificio non accoglierà più nessuno.

In un istante le fiamme divampano e questo luogo infernale sta ardendo, così come la mia anima. 

Sono qui immobile, come una creatura diventata notturna dopo l’eclissi del suo sole. Da oggi io macchierò di rosso quel che resterà di queste pareti, io e nessun altro.”





16 gennaio 1990

“I suoi occhi mi fissano. Ma no, non sono gli occhi di Jack, ma di mia figlia.

Mia figlia.

È una creatura così piccola e fragile e bella.

Non sentivo il mio cuore così vivo e pieno d’amore da molto tempo. Due cose che ora sono sue. Lo saranno per sempre. Io mi prenderò cura di lei, la amerò, non le farò mancare nulla e non fuggirò mai, non la abbandonerò. Semplicemente non sarò come sua madre che ci ha lasciati. La mia principessa non avrà bisogno di qualcuno che non la apprezza perché ci sarò sempre io. Ah quasi dimenticavo, non sono solo.

Ehi Jack hai visto che bella la tua nipotina? Ha gli occhi uguali ai tuoi.

Da qualche tempo Jack è tornato da me e mi fa compagnia, affiderò a lui la piccola Meg quando andrò a lavorare. Già, lei non potrà venire con me. Lei deve restare lontana dalle tenebre.”





16 ottobre 1994

“Basta Meg, smettila di piangere sto parlando con zio del prossimo omicidio. Mi ha dato il permesso di interrompere la ricerca del suo assassino e di dare la caccia a tua madre, ma tranquilla, non entrerà nelle nostre vite.”

18 ottobre 1994

L’edificio era lo stesso di 14 anni prima.

Non si sentiva nulla.

Il cancello era arrugginito, le finestre rotte, il portone divelto, metà di quella che prima era una scuola era interamente bruciata.

Entrò.

L’unico suono udibile era il flebile ticchettio di un orologio, il solo oggetto rimasto intatto.

Iniziò ad avanzare nel cuore dell’edificio e più vi si addentrava, più il ticchettio diventava forte e insistente.

Un fruscio, la sensazione di essere osservata.

“Peter? Peter sei tu?”

Di nuovo il silenzio.

Poi un soffio gelido sul collo.

Ancora nessuno, nessun segno del passaggio di qualcuno.

Se si trovava lì era solo per rimettere le cose al loro posto, azzerare il tempo e la distanza, cancellare gli errori, tornare dalle due persone che aveva amato più della sua stessa vita.

Continuò a camminare.

A terra trovò la foto di una bambina. Sotto lesse la scritta ‘Meg, 10 ottobre 1994’.

Si fermò e la raccolse. Allora era diventata così la sua bambina. Fece in tempo a rendersi conto di quanto stupida fosse stata ad abbandonare tutto che udì un altro rumore. Si voltò di scatto e lo vide.

Aprì la bocca e si preparò a corrergli incontro ma fu fermata.

Il rumore di uno sparo.

Di nuovo il silenzio.





16 dicembre 1996

“Basta vi prego, andate via, voglio restare da solo.”

Peter cominciò a urlare per coprire il suono delle voci che aveva in testa. 

Ormai non c’era più solo suo fratello, ma anche il suo alter ego, quella che sarebbe dovuta essere sua moglie e qualcun altro di cui al momento non ricordava nemmeno il nome. 

Ormai i momenti passati a fissare il vuoto e quelli a parlare da solo o con loro erano aumentati. 

Il suo unico attimo di respiro era stare con la sua piccola. In quei momenti tutto si fermava ed esisteva solo lei, era come una boccata di aria fresca dopo un lungo periodo di claustrofobia. 

Nel sonno rivedeva tutti quei volti senza nome tornare a galla nella sua memoria e ricordava come li aveva uccisi … Le loro ultime preghiere, gli ultimi respiri, i colpi usati, la brutalità, come li aveva deturpati e sfigurati, il loro sangue caldo scendergli lungo le mani, la stanza dove li aveva ammassati. Erano tutti nella scuola, anzi, in quel che restava della scuola. In quei momenti non era lui, no, il vero lui amava stare con la figlia ed essere un padre normale. Ma c’era l’altro lui, quello che si impossessava delle sue facoltà e reclamava il sangue del fratello, quello che voleva la cruda giustizia, che voleva estirpare il male con un male ancora più grande. Quel lui gioiva nel vedere coloro che prima facevano i gradassi con tutti quelli più deboli in quelle mura scolastiche, supplicarlo di avere pietà, di risparmiarli. Talvolta gli sparava alle ginocchia in modo da costringerli a strisciare ai suoi piedi implorando e si nutriva del loro dolore, talvolta …

“Basta vi prego basta! Non sono io, è lui, è lui!”

“Papà posso dormire con te? Ho visto i mostri.”

Aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu il volto preoccupato e rigato di lacrime della piccola Meg.

“Certo piccola, vieni qua, papà è con te. Qui nessun mostro ti può raggiungere.”

Tirò fuori dal cassetto la sua revolver e la mostrò alla bimba.

“Vedi? Se si avvicinano i mostri li caccio con questa, tu dormi.”

“Papà io ho paura. I mostri ci sono solo nei sogni vero?”

“No piccola, i sogni ci sono anche nella vita reale, ma l’importante e che tu sia sempre buona e gentile, e se qualcosa va storto puoi sempre contare su di me.”

“Ti voglio tanto bene papà, non lasciarmi mai, tu sei il mio eroe.”

“Anche io ti voglio bene Meg e non ti lascerei per nessun motivo al mondo. Il tuo papà è sempre qui. Ora dormi.”





18 dicembre 1996

“Non ce la faccio più, i miei sogni ormai sono popolati da sangue, la polizia sta indagando sul caso di Meredith, probabilmente mi troveranno e Meg allora crescerà da sola. Cosa devo fare Jack? Tu mi hai messo in questo casino, almeno rispondimi! Non posso rompere le mie promesse né vivere così! Cosa penserà Meg?! Che il suo papà è un bugiardo e che protegge lei mentre poi fa del male a delle persone? Io non volevo che andasse così, non posso farla finire così. So che mi troveranno e che tormenteranno la mia piccola, e questo non lo permetterò. Devo spegnere tutto. Preparati Jack, tra poco ci sarà una riunione di famiglia.”





20 settembre 1996

“Papà perché siamo qui? Hai detto che non potevo entrare in questo palazzo brutto e vuoto.”

“Questa Meg è la mia vecchia scuola, vieni con me, ora facciamo un gioco.”

Un stanza. 

Un tavolo di legno massiccio.

Due sedie.

Una lampadina che emette una luce tremula.

Una pistola.

“Papà ma non posso usare quella cosa perché altrimenti ti arrabbi e diventi triste.”

“Tranquilla piccola, c’è papà con te. Ora ti faccio vedere. Conta fino a dieci ad occhi aperti e non smettere per nessun motivo.”

“Papà ma io non sono un mostro, perché me la punti in faccia?”

“Ti fidi del tuo papà?”

“Certo, tu sei il mio migliore amico.”

“Allora iniziamo.”

Un solo proiettile inserito, un solo giro di tamburo.

Un debole dieci pronunciato.

Non esce nulla, un sospiro di sollievo.

“Bene hai visto? Non hai nulla da temere, ci sono io. Ora chiudi gli occhi e conta fino a venti e quando li riaprirai saremo lontani da qui, molto felici e se vorrai ti presenterò lo zio Jack”

“1, 2, 3 …”

La voce non arrivava più chiara alle sue orecchie.

Un altro colpo vuoto, un secondo in più per guardarla, un secondo per capire come si fosse sentito colui che aveva ucciso suo fratello, una persona con gli occhi cristallini e innocenti come quelli della sua bambina …

Poi … 

Colpo in canna.

“10, 11, 12 …”

Un piccolo sorrisino fiducioso spuntò come un fiore delicato sul suo visino innocente.

Un rumore sordo squarcia la calma.

L’orsacchiotto cade a terra.

Una chiazza rossa compare sul vestitino rosa.

Il sorriso diventa una lieve smorfia di dolore e sorpresa, una scintilla di delusione nei suoi bellissimi occhi.

“Ti prego perdonami, l’ho fatto per te, ti prego scusami …”

L’uomo prese la sua principessa in braccio e accolse il suo ultimo sospiro, quando il suo caldo sangue gli bagnò le mani gelide caricò un altro colpo.

Si sdraiò vicino alla sua bambina e le prese la mano. 

L’ultima cosa che vide su questa terra fu lei.

Ultimo sparo, ultimo suono proveniente da quell’edificio.

Nessun urlo.

Fine dei giochi, tempo scaduto.

Eterno silenzio.



Quando la polizia fece irruzione nella vecchia scuola a seguito di una telefonata dove Peter diceva che lo avrebbero trovato lì, videro l’orrore della stanza piena di cadaveri, in seguito alla quale trovarono un biglietto dov’era spiegato tutto, e infine un padre e una figlia che si tenevano per mano, alle loro spalle la parola ‘perdono’ scritta col sangue sul muro bianco. 

Dagli occhi dell’uomo scendeva una lacrima, sul volto della bambina lo spettro lontano di un sorriso.



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